La Cina non fa così paura

Secondo Paul Jackson (Source), le preoccupazioni riguardo il rallentamento dell’economia del gigante asiatico sono spesso esagerate. Il petrolio può scendere fino a 20 $ e un’eventuale “Brexit” sarà più dannosa per il Regno Unito che per l’Unione europea.

Valerio Baselli 19/02/2016 | 12:28
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I mercati finanziari vivono dall'inizio dell’anno una fase di grande incertezza ed elevata volatilità. In questo contesto, una delle principali preoccupazioni degli investitori riguarda l'economia cinese. “Dire che la Cina è in crisi è esagerato e non riflette la realtà dei fatti”, ha affermato Paul Jackson, responsabile della ricerca economica di Source, in occasione di una conferenza stampa ieri a Parigi.

“È vero che il debito privato è sostanzialmente aumentato negli ultimi anni, ma il peso totale del debito, pubblico e privato, espresso come percentuale del Prodotto interno lordo è lo stesso negli Stati Uniti, e molto inferiore a quello del Giappone. Inoltre, la Cina ha un bilancio corrente in saldo positivo, il che significa che i risparmi sono superiori agli investimenti”, ha proseguito.

Secondo Jackson, il panico con cui spesso il mercato reagisce ai dati cinesi non è giustificato. “Certo, il quadro resta incerto, tuttavia ci sono elementi positivi: per esempio, la settimana precedente il capodanno cinese, è stato registrato un aumento delle vendite al dettaglio dell’11% rispetto allo stesso periodo l’anno scorso. Con queste cifre, è difficile parlare di un’economia in crisi”.

Il barile può scendere ancora
Un elemento che ha aumentato molto il potere d’acquisto delle famiglie cinesi è stato il crollo delle materie prime, in particolare del petrolio. “Sono convinto che il barile continuerà a scendere fino alla soglia dei 20 dollari. Ormai viviamo in un mondo in cui si crede che il prezzo normale del petrolio dovrebbe essere compreso tra 70 e 100 dollari, ma in realtà, se guardiamo gli ultimi 100 anni, il valore medio di un barile è storicamente stato tra i 20 ei 60 dollari (aggiustati ai valori correnti - Ndr). Inoltre, credo che l'offerta di greggio non diminuirà nel breve termine; attualmente il costo marginale medio di produzione di un barile si aggira intorno ai 15 dollari, quindi non penso che i paesi produttori siano così sottopressione per chiudere i rubinetti”, ha commentato l’economista.

Molta incertezza attorno alla “Brexit”
Per quanto riguarda la possibile uscita del Regno Unito dell’Unione Europea, la Brexit di cui tanto si parla ultimamente, Jackson, da inglese che vive a Londra, ci va coi piedi di piombo. “C'è molta incertezza circa l'esito del referendum, ma ancora prima di questo c’è molta incertezza sull’evolversi dei negoziati tra il primo ministro britannico, David Cameron, e Bruxelles”.

Riassumendo, le rivendicazioni inglesi puntano principalmente a ottenere un maggior di potere per parlamenti nazionali, alla salvaguardia per i nove paesi, tra cui naturalmenteil Regno Unito, che non appartengono alla zona euro, in modo da non subire passivamente le decisioni dell’Eurozona, e, infine, a una minore regolamentazione, che secondo Londra limita la competitività di paesi europei.

“Secondo i sondaggi più recenti, il fronte di chi è per l’uscita è dato vincitore. La verità è che, anche se così fosse, ci vorrebbero anni prima di uscire realmente e comunque si dovrebbe valutare a quali condizioni, soprattutto a livello di relazioni commerciali. In ogni caso, penso che la “Brexit” sarebbe più controproducente per il Regno Unito che per l'Europa”, ha concluso l’economista. 

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Info autore

Valerio Baselli

Valerio Baselli  è Giornalista di Morningstar.