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La rivoluzione del barile

La volatilità delle commodity mischia le carte nel settore energy. Le aziende del segmento midstream rafforzano il loro posizionamento, mentre perdono vantaggio competitivo le grandi compagnie estrattive.

Francesco Lavecchia 26/01/2016 | 11:02
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La volatilità del barile distrugge il Moat dei titoli energy? E’ vero che la forte incertezza attorno alla quotazione del petrolio ha indebolito la posizione di vantaggio competitivo di alcune compagnie energetiche ma, dicono gli analisti di Mornigstar, potrebbe far emergere nuovi campioni. Lo scenario di mercato disegnato dall’andamento dell’oro nero, infatti, premia le società operanti nel segmento midstream (proprietarie di reti per il trasporto di idrocarburi) e penalizza quelle più esposte alle fluttuazioni del prezzo del barile.

William Partners, il segreto è nella rete
Williams Partners è una società petrolifera molto ben integrata verticalmente. L’azienda è attiva in tutte le fasi della catena del petrolio, ma il segmento midstream rappresenta la principale fonte del suo vantaggio competitivo, oltre ad essere il primo driver della sua crescita futura.

Williams detiene asset di assoluto valore come la pipeline Transco (una rete che si estende per oltre 10.000 miglia e che permette il trasporto di idrocarburi da Nord a Sud per tutta la costa Est del paese). “Circa il 90% dei ricavi associati all’attività del segmento midstream è rappresentata da commissioni, questo rende il fatturato del gruppo molto stabile, poiché non risente delle fluttuazione del prezzo delle commodity e garantisce elevati margini di profitto”, dice Stephen Simko analista azionario di Morningstar. “Il favorevole posizionamento della rete Transco garantisce a Williams la possibilità di investire nel suo ampliamento. Questo consentirebbe di aumentare la scala di produzione dell’azienda e, di conseguenza, anche i margini di profitto rafforzando il vantaggio competitivo all’interno del settore (Moat Trend positivo, Ndr)”.

Nuovi investimenti per diventare più forte
Enbridge detiene una delle più ampie pipeline del Nord America. La rete è soggetta alla regolamentazione delle autorità canadesi e americane che decidono l’ammontare delle commissioni a favore della società e la fattibilità della costruzioni di nuove pipeline. Questo è un vantaggio per Enbridge, poiché limita l’ingresso di nuovi operatori nel settore e garantisce al gruppo elevati rendimenti del capitale. Inoltre, la rete è collegata ai siti estrattivi del Canada, la cui produzione di petrolio da sabbie bituminose è destinata a raddoppiare nei prossimi dieci anni.

“La posizione di vantaggio competitivo di Enbridge è destina a rafforzarsi in futuro per effetto dei nuovi investimenti del gruppo nel ripristino e nell’estensione della pipline esistente”, dice Simko. “Tale strategia, che gioca di anticipo sulle mosse dei competitor, permetterà a Enbridge di assicurarsi contratti di lunga scadenza con le compagnie energetiche e a canoni più alti, oltre che a realizzare flussi di cassa più elevati”.

Oil Search prova a diventare grande
Oil Search ha numerosi punti di forza, ma il suo modello di business non è così solido da garantirle una posizione di vantaggio competitivo”, dice l’analista di Morningstar. “L’azienda opera nella Papa Nuova Guinea, dove estrae gas naturale e petrolio. Le risorse prodotte sono di ottima qualità e i siti dai quali ottiene gas liquefatto (LNG) promettono di regalarle generosi flussi di cassa. Tuttavia, la difficile morfologia del territorio rende più problematiche e costose le operazioni di estrazione, mentre l’instabilità politica della regione aumenta l’incertezza sulla produzione futura”.

In base a queste considerazioni, gli analisti non assegnano a Oil Search un Economic Moat, ma sono convinti che l’azienda abbia le potenzialità per battere, in futuro, i propri competitor. Il calo della produzione di alcuni tra i maggiori esportatori di LNG come Indonesia e Malesia, insieme all’aumento della domanda di idrocarburi, promettono di trainare la crescita di Oil Search nei prossimi anni.

Se il segmento midstream è quello che in prospettiva potrebbe avere una maggior redditività del capitale, il business della ricerca e produzione di petrolio inizia a far traballare anche i big del settore come Exxon e Chevron.

Exxon, concorrenza in aumento
La combinazione di asset di elevata qualità e di bassi costi del capitale ha permesso alla prima di realizzare margini di profitto superiori alla media e quindi di costruirsi una posizione di vantaggio competitivo. Il gruppo americano, inoltre, è molto ben integrato verticalmente. Le sue operazioni abbracciano l’intera catena del valore del petrolio e, grazie a elevati volumi di produzione, è riuscita a mantenere negli anni una profittabilità superiore alla media.

“La disponibilità di nuovi siti estrattivi a basso costo è diventata molto scarsa e questo fa crescere la concorrenza tra le compagnie energetiche (nazionali e indipendenti) per assicurarsi i migliori siti produttivi. Exxon, quindi, potrebbe essere costretta ad accontentarsi di asset di minore qualità o a sostenere costi più elevati, e questo rischia di avere negative ripercussioni sulla redditività del capitale”, dice Simko.

Rendimenti in calo per Chevron
Grazie alle sue elevate economie di scala e alla solidità del suo bilancio, Chevron è riuscita a mantenere margini di profitto più alti rispetto alla media e a superare le fasi di alta volatilità del prezzo del greggio. Inoltre, la sua grande esperienza nelle attività di estrazione off-shore in acque profonde le ha permesso di aggiudicarsi progetti di esplorazione in tutto il mondo.

“La crisi del petrolio ha drasticamente cambiato lo scenario futuro per le big del settore e questo rischia di indebolire anche la posizione di Chevron”, dice Simko. “Nonostante i suoi numerosi punti di forza, infatti, la compagnia americana vedrà scendere il rendimento del capitale investito nei prossimi anni. I costi di produzione sono destinati a salire a causa della scarsità dei siti estrattivi, mentre il crescente processo di nazionalizzazione delle risorse in molti paesi costringerà la compagnia a riconoscere quote di profitto più elevate ai governi nazionali”. 

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Info autore

Francesco Lavecchia

Francesco Lavecchia  è Research Editor di Morningstar in Italia