Europa stretta fra Grexit e Pil

La fase di debolezza della regione è aggravata dallo stallo nelle trattative fra Grecia e Troika sulla questione del debito ellenico. Ma l’uscita di Atene dalla moneta unica oggi sembra meno pericolosa che in passato. 

Marco Caprotti 14/05/2015 | 10:18

Grexit continua a essere la parola più ripetuta nella sale operative quando si parla di Europa. Il termine (nato dalla crasi fra Greece ed exit, ad indicare la possibile uscita della Grecia dal perimetro euro se non sarà trovata una soluzione alla questione del debito del paese) ha condizionato parecchio le contrattazioni. Soprattutto per la paura che la crisi di Atene possa spostarsi ad altri paesi che hanno le finanze a rischio. L’indice Msci Europe nell’ultimo mese ha perso il 3,5%, portando a +16,5% la performance da inizio anno.

Il tira e molla con Atene
La questione è sempre più delicata, tanto che la Commissione europea, la Bce e il Fondo monetario internazionale nei giorni scorsi hanno dovuto diffondere un comunicato congiunto sottolineando di avere “un medesimo obiettivo” riguardo alla Grecia. Il documento è la risposta a quanto dichiarato precedentemente dai vertici del governo ellenico, secondo cui i negoziati sono allo stallo a causa di divergenze di vedute emerse fra i tre creditori. “La Commissione, la Bce e l'Fmi condividono il medesimo obiettivo di aiutare la Grecia ad arrivare alla stabilità finanziaria e alla crescita”, recita la dichiarazione. Il premier greco, Alexis Tsipras, nega che sia sua intenzione fare uscire il paese dall'Eurozona, ma a Bruxelles cresce la sfiducia, essendo ancora lontane le parti su diverse questioni cruciali, come il lavoro e le pensioni. Secondo diverse fonti ufficiali (fra cui Filippo Taddei, il consigliere economico del premier italiano Matteo Renzi), intanto, l’Unione Europea sta studiano un piano per evitare il contagio, nel caso in cui la Grecia uscisse dall'euro.

 “A nostro avviso, non c’è il rischio di un serio contagio, data la riduzione dell’esposizione finanziaria alla Grecia rispetto a soltanto 2-3 anni fa, mentre quella greca è di per sé un’economia dalle dimensioni ridotte”, spiega uno studio di Azad Zangana, economista di Schroders. “Il rischio maggiore potrebbe essere la perdita di fiducia da parte degli investitori, che potrebbe ancora una volta far aumentare i costi del credito per gli stati periferici, causando loro delle difficoltà. Secondo il nostro punto di vista, il rischio che ciò accada è stato ridotto con l’avvio del Quantitative easing (iniezioni di liquidità, Ndr) da parte della Banca centrale europea. Guardando alla reazione del mercato obbligazionario nel 2015 fino ad oggi, sembra essere meno ovvio aspettarsi un eventuale contagio, rispetto al 2010 e al 2011, quando i rendimenti obbligazionari dei Paesi periferici si impennarono in seguito alle cattive notizie provenienti dalla Grecia”.

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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