Si scrive austerity, si legge Europa

La regione, spiegano gli operatori, non rinuncerà alle politiche lacrime e sangue. La Bce, intanto, sembra aver perso l'orientamento. In Borsa le valutazioni sono interessanti. Ma è meglio scegliere ancora chi lavora con gli emergenti. 

Marco Caprotti 27/06/2013 | 12:25
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L’austerità in Europa sta per finire? La domanda gira da qualche settimana fra gli operatori internazionali. Cioè da quando, a fine maggio, la Commissione europea ha dato il permesso ad alcuni paesi periferici dell’area di prendersi altro tempo per rimettere a posto i bilanci. La decisione è arrivata insieme ad alcune dichiarazioni ufficiali di alcuni membri della Commissione (come il presidente Manuel Barroso) sulla necessità di spingere la crescita economica in un’area dove la disoccupazione – soprattutto giovanile – ha raggiunto livelli inaccettabili.

“Dire che stia per finire l’austerità è un errore”, spiega Josè Garcia-Zarate, analista di Morningstar. “Dare un po’ di tempo in più ad alcuni stati e approvare alcune manovre poco efficaci contro la disoccupazione non mettono in discussione il piano di lacrime e sangue che è alla base della politica anticrisi dell’Europa. Anche perché la Germania, lo stato più forte della regione e quello che può fare la voce grossa, continua a insistere sulla necessità dell’austerity per chi non ha i conti a posto”.

Bce senza bussola
Nel frattempo la Banca centrale europea prosegue la sua strategia che qualcuno definisce “senza direzione”. Da una parte non sembra intenzionata a dare una mano attraverso la politica monetaria (nell’ultima riunione ha lasciato i tassi invariati allo 0,5% nonostante l’inflazione – anche quella attesa – sia ben al di sotto del tetto massimo del 2%). Dall’altra il suo presidente Mario Draghi non perde occasione per ribadire che l’istituto garantirà la stabilità dei mercati (aggiungendo che, però non può occuparsi della crescita congiunturale). Tutto questo mentre le ultime proiezioni proprio della Bce danno l’Eurozona in contrazione dello 0,6% nel 2013 e vedono una crescita dell’1,1% nel 2014 (negli stessi periodi l’inflazione dovrebbe rimanere fra l’1,3% e l’1,4%). “In un mondo dove le Banche centrali sembrano iperattive, quella europea assomiglia a un eremita”, continua l’analista di Morningstar. “L’Eurotower continua a dire che la politica monetaria non può sostituire l’azione dei governi. Tuttavia noi siamo convinti che la porta per nuovi interventi da parte della Banca centrale sia sempre aperta, così come è giusto che sia”.

Le scelte operative
Gli investitori internazionali, intanto, guardano con interesse alle azioni del Vecchio continente. “In una situazione economica della regione stagnante, molte società sono state in grado di migliorare la loro situazione finanziaria”, spiega uno studio firmato da Joseph Tanious, Global Market Strategist di JP Morgan Funds. “Dopo aver ripulito i bilanci dai debiti, le aziende possono tornare a chiedere soldi al mercato a tassi di interesse molto bassi per finanziare future iniziative e, magari, rendere un po’ di valore agli azionisti. Il tutto con valutazioni al di sotto della media storica e più  interessanti di quelle dell’equity Usa”.

Dal punto di vista strategico torna di moda cercare società con una buona esposizione sui mercati emergenti. “In un mondo sempre più interconnesso, non importa dove una società ha il suo quartier generale, ma dove fa affari”, continua Tanious. “Di media le società europee ricavano un terzo dei guadagni dalle zone in via di sviluppo e, per alcune, la proporzione è anche più alta”. 

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.