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Pensioni, troppa austerity non serve

Secondo l’Ue il settore previdenziale deve rimanere di competenza statale e assegni troppo leggeri deprimono l’economia. In Italia l’età pensionabile più elevata.

Valerio Baselli 14/06/2013 | 14:01
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La spesa pensionistica non deve essere vista solo come un peso per i conti pubblici, bensì come una risorsa. È questo, in sostanza, il messaggio del Libro bianco sulle pensioni approvato poche settimane fa dal Parlamento europeo. Per la prima volta, infatti, le autorità pongono l’accento sugli effetti positivi che un buon sistema pensionistico può avere sull’economia, invece di spingere per ridurre i costi a carico dei governi, già molti indebitati. Come dire, non bisogna esagerare con l’austerità.

Il documento, dal titolo Pensioni adeguate, sostenibili e sicure, contiene passaggi insolitamente chiari ed espliciti: “I sistemi pensionistici sono una componente essenziale dei modelli sociali europei, il cui obiettivo fondamentale e non negoziabile è quello di garantire un livello di vita dignitoso agli anziani”. Non solo, secondo il report “la sostenibilità della politica in materia di pensioni va oltre le considerazioni di bilancio. Nell’attuale dibattito, i regimi pensionistici sono tropppo spesso percepiti come un mero peso sulle finanze pubbliche, anziché come strumenti essenziali per contrastare la povertà della fascia di popolazione più anziana, che fra l’altro costituisce un gruppo di consumatori particolarmente importante”. Insomma, risparmiare sulla previdenza (correndo il rischio di avere una buona fetta di pensionati in povertà), non ha senso.

Vecchio continente, di nome e di fatto
Secondo il quadro delineato dal Libro bianco, la speranza di vita dovrebbe aumentare da oggi al 2060 di 7,9 anni per gli uomini e di 6,5 per le donne. Ma il problema è già presente. In pratica, le persone sopra i 60 anni aumentano ogni anno di circa due milioni, il doppio rispetto al ritmo degli anni ’90. E ora che i baby boomers (ovvero quei cittadini nati tra il 1945 e il 1964, che hanno vissuto il boom economico europeo) stanno raggiungendo l’età pensionabile, la popolazione attiva in Europa comincia a ridursi sensibilmente, creando uno squilibrio tra entrate e uscite dal sistema pensionistico.

L’Italia ne sa qualcosa, essendo tra i paesi più vecchi al mondo assieme a Giappone e Germania. Oggi, nel nostro paese, le persone sopra i 65 anni sono il 30% della popolazione e il trend è in crescita.

Italiani in pensione più tardi di tutti
Ora che la riforma Fornero è entrata in vigore, l’Italia è il paese europeo con l’età pensionabile più elevata di tutta Europa. Nel 2060, infatti, cittadini italiani (uomini e donne, i cui requisiti saranno equiparati a partire dal 2018) dovranno aspettare di avere quasi 70 anni per andare in pensione, circa dieci anni in più rispetto al periodo pre-riforma. Nel 2009, lo stivale era infatti fra i paesi in cui l’età per andare in pensione era più bassa, a 60 anni per le donne, a 65 per gli uomini; stessa situazione in Francia, mentre in Spagna e in Germania l’età era già allora pari a 65 anni per tutti. Questo significa che nel decennio in corso l’Italia è in assoluto fra i paesi europei in cui sono interventui i maggiori cambiamenti su questo fronte.

Non a caso, il Belpaese è stato elogiato dall’Europa per questo brusco, ma necessario, cambiamento. “Se uomini e donne che vivono più a lungo non restano anche più a lungo in attività e non risparmiano in misura maggiore, l’adeguatezza delle pensioni non potrà essere garantita”, si legge nel Libro bianco.

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Info autore

Valerio Baselli

Valerio Baselli  è Giornalista di Morningstar.