Poche opzioni per l'Europa

Il Vecchio continente, spiegano gli operatori, deve decidere come portare avanti l'unione fiscale e quella bancaria. Resta il rischio di dissolvimento della regione. Ma le occasioni di investimento non mancano. 

Marco Caprotti 13/06/2013 | 11:49
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L’aumento della volatilità in Europa, per il momento, non preoccupa troppo gli operatori. Gli alti e bassi fatti registrare in questi giorni dagli indici del Vecchio continente sembrano far parte delle normali dinamiche di mercato.  Soprattutto dopo un periodo di buona crescita. Da inizio anno l’indice Msci della regione ha portato a casa il 5,7%. Un risultato apprezzabile se si considera che la regione è ancora nel pieno di una recessione e che le stime delle diverse istituzioni (Banca mondiale e Fondo monetario in testa) per il 2013 sono state riviste al ribasso.

L’unione può fare la forza
I responsabili di investimento delle case di gestione preferiscono quindi concentrarsi sul quadro più grande. Andreas Utermann, Global Cio e Co-Head di Allianz Global Investors, ad esempio, ritiene che la strada sia ormai spianata per un’architettura finanziaria credibile e stabile nell’area euro. “Il primo elemento importante è stato il piano di stabilire un meccanismo unico di supervisione bancaria (Single supervisory mechanism, Ssm), che consentirà al fondo salva-stati Esm di ricapitalizzare direttamente le banche dell’area euro senza passare attraverso i governi”, dice Utermann. “Il secondo elemento che ha definitivamente cambiato le carte in tavola sui mercati finanziari è stata la decisione di Mario Draghi di fare tutto il necessario per salvare l’euro, che ha trasformato la Bce in prestatore di ultima istanza per gli stati sovrani”. Le difficoltà, però non mancano. “Sono necessari maggiori sforzi e accordi politici”, continua Utermann. “ L’Ssm in realtà deve essere realizzato in tempi brevi, rappresentando un requisito indispensabile per la ricapitalizzazione diretta delle banche. Inoltre, perché l’unione sia completa dovrà essere associato ad un meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie e ad un sistema funzionante di garanzia dei depositi. Su entrambi i fronti non abbiamo ancora visto molte proposte. In alternativa i responsabili politici dovranno ricorrere a misure ad hoc, come avvenuto nel caso della ristrutturazione del settore bancario cipriota, gestita in modo assai maldestro. Questo crea incertezza nel settore privato e, di conseguenza, può avere un impatto negativo sulla crescita economica”.

Davanti al bivio
Anche per Pimco lo scenario presenta incognite da chiarire al più presto. “Stiamo per imboccare un bivio a forma di T”, spiega Saumil Parikh, managing director dell’ufficio di Newport Beach di Pimco, illustrando il Secular outlook, il processo con cui la società fondata da Bill Gross cerca di identificare le tendenze economiche, politiche e di mercato globali con orizzonte temporale dei prossimi tre/cinque anni. “La situazione di partenza è quella di un forte rischio politico alimentato dal tasso di disoccupazione e dalle tensioni sociali. Questa situazione può portare a due scenari diversi. Da una parte si andrebbe verso una maggiore integrazione fiscale e bancaria e a riforme strutturali che diano impulso alla flessibilità economica. Dall’altra si andrebbe verso una ristrutturazione del debito di Italia e Spagna o all’uscita dal perimetro dell’euro di una delle quattro grandi economie della regione”.

Le scelte operative
Dal punto di vista operativo, secondo Parihk questa situazione consiglierebbe agli investitori di cercare opportunità al di fuori dell’area euro. A chi crede ancora nei titoli della regione viene però in aiuto Tawhid Ali, Responsabile della ricerca azionaria europea di AllianceBernstein. “L’Europa fatica a contenere le ricadute della crisi del debito, mentre nei mercati azionari del continente permangono forti tensioni”, scrive in un report. “Eppure, questo contesto apparentemente tossico crea straordinarie opportunità di investimento in società relativamente solide in grado di controllare il proprio destino. La chiave sta nel concentrarsi su società che beneficiano di chiari vantaggi, in ragione di solidi flussi di cassa sottostanti e di vantaggi strategici specifici dell’azienda o del settore.

“In altre parole, occorre puntare su società che non siano vulnerabili alle difficoltà dell’area euro”, dice Ali. “Anche se la crisi ha pesato sulle imprese europee, molte aziende sono meno a rischio di quanto si possa credere. Per esempio, sebbene la crescita economica europea rimanga debole, molte società non finanziarie del continente sono esposte ai mercati in rapida crescita in altre aree geografiche e di conseguenza sono relativamente immuni al rallentamento della regione. Riteniamo inoltre che molte società siano in grado di recuperare redditività poiché i margini, che per gran parte dell’ultimo decennio hanno tenuto il passo con quelli delle imprese statunitensi, si sono contratti dallo scoppio della crisi. Anche in un contesto difficile ci sono molti modi per migliorare i margini societari. In alcuni casi, una ristrutturazione o la modifica di strutture di capitali inefficienti possono dare buoni risultati. Altre società potrebbero essere ben posizionate per trarre vantaggio dal consolidamento dei rispettivi settori o da una dinamica più favorevole dell’offerta e della domanda, mentre alcune imprese semplicemente beneficiano di un vantaggio competitivo sostenibile”.

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.