Banche centrali in ordine sparso

I maggiori istituti di politica monetaria non seguono più una linea comune. E non è detto che le nuove strade portino alla crescita. Gli investitori devono essere prudenti e cercare di proteggere il portafoglio. 

Marco Caprotti 05/06/2013 | 13:48
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Da “tutti insieme appassionatamente”, la parola d’ordine delle maggiori Banche centrali del mondo sembra essere diventata “ognun per sé”. E così, mentre la Bank of Japan si lancia in un piano di allentamento monetario per far uscire il paese dalla deflazione e arrivare a un livello di inflazione del 2%, la Federal Reserve ventila l’idea di uscire dal Quantitative easing (Qe) con cui acquista Treasury e bond ipotecari immettendo nel sistema finanziario Usa 85 miliardi di dollari al mese. La Banca centrale europea, intanto, campa ancora sulla promessa fatta nel luglio scorso di fare tutto il possibile per salvare l’euro e, a parte qualche monito lanciato dal presidente Draghi sulla situazione del Vecchio continente e l’idea di continuare con il taglio dei tassi, fa poco.

Un bel cambiamento rispetto al periodo in cui gli istituti monetari coordinavano le politiche per cercare di rispondere agli attacchi della crisi finanziaria (prima quella scatenata dai mutui americani di scarsa qualità e poi quella del debito europeo).

I rischi americani
La situazione più rischiosa, al momento, sembra essere quella in cui si trova la Fed. E i suoi membri ne sono consapevoli. Secondo le minutes della riunione del Federal open market committee  (il braccio operativo della Banca centrale Usa) ci sono tre pericoli fondamentali. Primo: il pericolo della stabilità finanziaria. Gli investitori contano su nuove iniezioni di liquidità mentre la Banca ripone la siringa. Secondo: pericoli per il funzionamento del mercato. La Fed si trova in cassa troppi titoli di debito, lasciando a corto gli operatori. Terzo: problemi ai bilanci dell’istituto monetario che a quel punto avrebbe le polveri bagnate. Tre motivi sufficienti per attuare una exit strategy dal piano di aiuti che però si scontrano con la possibilità di un ulteriore deterioramento della congiuntura americana che imporrebbe alla Fed di continuare a pompare soldi. “Spinti dalle manovre di quantitative easing, gli investitori vogliono sempre di più dalla banca centrale”, spiega uno studio firmato da Tony Crescenzi, Tadashi Kakuchi e Ben Emons, gestori di Pimco. “Gli operatori che fino ad ora hanno beneficiato di queste manovre dovrebbero ricordarsi che ogni azione ha delle conseguenze e che ai prezzi degli asset di investimento serve molto di più che le azioni di qualche avventuroso banchiere centrale”.

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Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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