Nessuno vincerà la guerra delle valute

Le svalutazioni monetarie, spiegano gli operatori, non servono a far ripartire la crescita. Danneggiano la competitività delle aziende e creano disordine. 

Marco Caprotti 14/02/2013 | 14:39
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Il termine tecnico è “svalutazione competitiva”. Gli operatori economici e finanziari, invece, per rendere meglio l’idea, preferiscono parlare di “guerra delle valute”. Questo fenomeno si verifica quando uno o più paesi utilizzano misure volte a svalutare di proposito le loro monete per ottenere un vantaggio concorrenziale. Dato che questa pratica potrebbe portare ad un circolo vizioso, generando rischi economici e finanziari per il sistema globale, è vista in modo negativo dalla comunità internazionale. Il Fondo monetario, ad esempio, ha consigliato ai responsabili delle politiche di evitare questa linea di azione e tutte le banche centrali durante il G20 in Messico hanno promesso di astenersi dalla battaglia. Resta da vedere come i grandi si comporteranno alla riunione dei prossimi giorni a Mosca.

Tutti in guerra
A dare inizio alle ostilità è stato il Giappone (ma anche gli Stati Uniti sono molto attivi sul fronte della svalutazione). Lo yen è crollato di quasi il 20% contro il dollaro dallo scorso novembre, perdendo in maniera sempre più veloce dopo che il nuovo governo guidato da Shinzo Abe ha fatto pressione sulla Banca del Giappone al fine di lanciare una più aggressiva politica di allentamento per sconfiggere la deflazione. Un atteggiamento che ha spinto gli investitori a vendere valuta nipponica provocandone il deprezzamento e rendendo più competitive le merci del Sol levante sui mercati internazionali.

La questione è stata affrontata anche nel corso della riunione dei G7 dei giorni scorsi. A parole i funzionari dei paesi più sviluppati si sono detti preoccupati per gli effetti che i movimenti ribassisti della moneta giapponese possono provocare sui mercati internazionali. In un comunicato congiunto hanno dichiarato che non saranno introdotti target sulle valute, per cui il valore dei tassi di cambio continuerà ad essere determinato dai mercati. La posizione ufficiale, insomma, è che non ci sia nessuna guerra. Ma a livello europeo la preoccupazione è palpabile visto che la moneta unica, che fino a poco tempo fa sembrava sull’orlo di sgretolarsi, ora pare essere un bulldozer. La Francia ha lanciato l’allarme, dicendo che l’euro (e con esso la regione che lo utilizza) rischia di perdere competitività. Ma sulla questione, tanto per cambiare, il Vecchio continente sembra procedere in ordine sparso. Germania, Austria e Lussemburgo, ad esempio, hanno dichiarato che una politica attiva sul cambio della divisa comunitaria rischierebbe di provocare un brusco incremento dell’inflazione.

Sulla questione è intervenuto anche il presidente della Bce, Mario Draghi, sostenendo che il cambio si colloca in corrispondenza del livello medio di lungo temine, ma sottolineando anche come una valuta troppo forte potrebbe portare deflazione in Europa e, pur senza dirlo, ha lasciato intendere che questa eventualità sarà contrastata. “Queste preoccupazioni non sono al momento condivise dai vertici tedeschi, sia nel Governo che nella Bundesbank”, spiega una nota di Banca Intermobiliare. “Entrambi hanno sottolineato come nell’attuale livello del cambio non vi sia sopravvalutazione. Ma la posizione dei tedeschi deriva dalla maggiore competitività della loro economia. Nella posizione della Germania si possono sicuramente ravvisare messaggi rivolti all’elettorato tedesco, visto l’avvicinarsi delle elezioni legislative previste per fine settembre 2013. I mercati in via di sviluppo, intanto, iniziano a prendere parte al conflitto. Le Banche centrali dei paesi emergenti sono preoccupate per il tasso di inflazione nei loro stati e, in particolare, l’istituto di politica monetaria brasiliano ha dichiarato di essere favorevole ad un rafforzamento del real per neutralizzare l’inflazione importata.

“Poiché i politici si riuniscono questa settimana per il G20, ci aspettiamo che l’attenzione su questo argomento continui ad aumentare”, dice Sara Yates, Global currency strategist di JP Morgan Private Bank. “Le decisioni del Giappone, in particolare, potranno guadagnare le prime pagine. Questo potrebbe portare gli investitori a preoccuparsi del fatto che la politica giapponese cambierà direzione e potrebbe pesare sul cambio dollaro yen (e altri cross con la divisa giapponese). Tuttavia, riteniamo che tali preoccupazioni siano infondate. La politica del Giappone è volta a stimolare l’inflazione e la crescita. Obiettivi sensati, visto il lungo periodo di crescita limitata e deflazione. Una conseguenza di questa politica è una valuta più debole. Ma lo stesso risultato si ottiene con un Quantitative easing (come in America) o se un banchiere centrale che mostra il disagio per il livello del tasso di cambio della sua valuta. Pertanto non ci aspettiamo che tali preoccupazioni possano avere il potenziale sufficiente nella comunità internazionale per invertire le politiche del Giappone o l’andamento dello yen”.

Nessun vincitore
Ma a chi conviene la svalutazione competitiva della valuta? In realtà a nessuno. Certo, per uno o due trimestri i conti delle aziende possono aumentare. Ma i fatti e la storia dimostrano che i rischi maggiori che si corrono con una strategia di questo tipo sono la perdita di competitività, i disordini sociali e anche la guerra (vera). “Il beneficio apparente che dà una valuta debole è quello di riempire le casse delle società che possono vendere a prezzi più competitivi all’estero”, spiega uno studio di Merck Investments. “In realtà in questo modo le aziende perdono la loro posizione di vantaggio competitivo. La dimostrazione di questo è il numero di acquisizioni dall’estero che stanno coinvolgendo le aziende americane: più il valore del dollaro Usa cala, più aumenta il numero di compratori cinesi che inglobano asset statunitensi”. Senza contare che quando le società per vendere possono contare sulla debolezza della loro divisa, perdono la voglia di innovare. E in un mondo governato sempre più dai paesi emergenti la differenza la può fare la qualità dei prodotti, più che il prezzo.

Gli effetti negativi di una svalutazione li vedono anche le famiglie, come mostra il caso del Venezuela, dove il governo ha annunciato la svalutazione del 32% del bolivar contro il dollaro. Il primo effetto è la perdita del potere d’acquisto della valuta locale. Questo significa che, ad esempio, fare benzina diventa più costoso. E il problema riguarda anche i paesi sviluppati. “La fase stagnante in cui si trovano gli stipendi in America da almeno un decennio, in gran parte può essere attribuita alla politica fiscale e monetaria del paese”, continua il report. “Le persone i cui stipendi non vanno da nessuna parte si sentono tradite e sono pronte a seguire movimenti populisti”.

Chi poi crede che la svalutazione sia uno strumento utile per uscire dalle forti crisi economiche dovrebbe ricordare che la Grande depressione è stata l’anticamera attraverso la quale si è arrivati alla Seconda guerra mondiale. Più in generale, la prima metà del secolo scorso è stata caratterizzata da grandi svalutazioni monetarie e da grandi conflitti sui campi di battaglia. “E’ vero, le Banche centrali non causano guerre vere”, conclude il report. “Ma le politiche monetarie hanno un profondo impatto sul tessuto sociale. Le teorie astratte secondo cui politiche aggressive sono la soluzione alle depressioni economiche spesso ignorano il costo che le guerre delle valute hanno sulla gente comune. La soluzione a problemi di breve termine è quella di pianificare soluzioni di lungo periodo”.

 

 

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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