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La carica delle mid cap a Piazza Affari

In Borsa, le Pmi del Belpaese continuano a fare meglio delle large cap. I gestori attivi pescano in questo mare per battere il benchmark e i fondi passivi. Gli investitori, intanto, fanno i conti con le chiusure e le fusioni dei comparti e con le elevate commissioni.

Francesco Paganelli 15/02/2016 | 10:46

Nella botte piccola c'è il vino buono? La risposta cambia a seconda degli interlocutori a cui si pone la domanda. I gestori dei fondi Azionari Italia, che hanno mediamente sovraperformato i principali indici di società tricolori e i replicanti del settore negli ultimi tre, cinque e dieci anni, probabilmente diranno di sì. Il segreto è nelle società a media capitalizzazione, che in passato hanno offerto rendimenti migliori delle sorelle maggiori. Il 2015 non è stato un’eccezione: FTSE Italia MidCap ha battuto il FTSE Mib 41,1% a 15,8%.

Il panorama
L’universo italiano ha un orientamento ciclico: il settore finanziario rappresenta oltre il 35% degli indici all-cap e può dunque avere un impatto significativo sulle performance complessive. E’ anche un mercato relativamente concentrato: i primi dieci titoli rappresentano circa il 60% dell’indice FTSE Italia AllShare. Inoltre, i portfolio manager hanno poco margine di manovra quando si parla di stile “value” o “growth”: solo un quarto dei titoli è classificato in quest’ultima categoria e solo due fondi (che investono solo in small cap) si collocano nella parte destra della Morningstar Style Box.
In questo contesto i gestori guardano in basso nella scala delle capitalizzazioni di mercato per aggiungere valore. Questa è anche la principale ragione per cui gli Etf (che si concentrano sui titoli più grandi e liquidi del mercato) fanno fatica in questa categoria: il miglior replicante si posiziona nel peggior 20% della Categoria Morningstar Azionari Italia in termini di Morningstar Risk-Adjusted Return nei cinque anni fino a fine gennaio 2016.
In effetti, il FTSE Italia MidCap ha dato risultati nettamente migliori del FTSE MIB su diversi orizzonti temporali (vedi grafico sotto).

Italia: mid cap vs large cap

I gestori, anche in virtù dei limiti imposti dalla normativa UCITS, difficilmente hanno un’allocazione alle large cap superiore a quella di indici come il FTSE Italia AllShare. Tendono quindi a concentrarsi nel segmento delle mid cap data la bassa liquidità delle società più piccole, comprese nel FTSE Italia Small Cap, che sono difficilmente investibili per la maggior parte dei fondi di investimento (mediamente, infatti, i titoli avevano una capitalizzazione ben inferiore ai 100 milioni di euro a fine 2015). Tra l’altro, chi investe più aggressivamente nei titoli a bassa e media capitalizzazioni tende anche a mostrare un active share (una misura della percentuale dei titoli in un portafoglio che differisce dal benchmark di riferimento) più alto.
Malgrado i successi delle small e mid cap italiane, i comparti che investono esclusivamente in questo segmento sono ancora relativamente pochi e con un track record limitato. Le economie di scala potrebbero spiegare questo paradosso: oltre un certo livello di asset è difficile per i money manager garantire un’elevata liquidità del portafoglio in questa classe di attivo, ma con un patrimonio limitato il comparto potrebbe non essere economicamente vantaggioso per le società di gestione.

Mine vaganti
Il successo dei fondi attivi nasconde però alcune insidie. Innanzitutto la mortalità dei comparti azionari Italia è elevata: ben 74 fondi sono stati fusi o liquidati, rispetto ai 50 attualmente attivi. Dei 96 fondi esistenti dieci anni fa, ne sopravvivono appena 33.
I costi, poi, restano alti: le classi destinate agli investitori privati hanno (in media) spese correnti pari al 2,05%, rispetto all’1,57% e 1,79% per i comparti dedicati alle azioni large cap tedesche e francesi. In molti aggiungono anche una commissione di performance.
I cambiamenti di gestione rappresentano un altro rischio: solo un fondo su cinque ha avuto lo stesso manager alla guida per oltre 10 anni. Infine, i flussi verso la categoria restano volatili. Gli errori di timing degli investitori creano il cosiddetto “investor gap”, cioè la differenza tra il total return di un fondo e il rendimento ponderato per il capitale effettivamente investito. In media, negli ultimi tre anni gli investitori hanno lasciato per strada più del 2,5% a fronte di un rialzo medio del 7,9% per la categoria.

Le medaglie
Il team di Manager Research di Morningstar copre 11 fondi del settore, che rappresentano il 40% del patrimonio gestito da questa tipologia di prodotti. Tra le medaglie, cinque ricevono l’Analyst Rating “Bronze” e uno “Silver”. Tutti questi hanno fatto meglio del fondo mediano nel 2015, mentre uno in particolare, Fondersel P.M.I., è quello maggiormente esposto ai titoli a media e bassa capitalizzazione.

Fondi Azionari Italia coperti da Analyst Rating

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

Info autore Francesco Paganelli

Francesco Paganelli  è Fund Analyst di Morningstar in Italia