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Emerging bond fra rischi e opportunità

Il debito dei paesi in via di sviluppo, dicono gli operatori, torna a essere una buona scelta per chi cerca rendimento. Va bene per gli investitori di lungo periodo. Per il momento, comunque, bisogna essere selettivi.  

Marco Caprotti 18/04/2014 | 09:55

Il debito dei mercati emergenti sta per tornare nei portafogli degli investitori? La domanda è lecita in un momento in cui gli investitori, preoccupati per le valutazioni che stanno raggiungendo gli asset nei paesi sviluppati, devono andare a caccia di nuove forme di rendimento a basso costo.

Certo, gli emerging market da un po’ di tempo stanno deludendo le aspettative. La crescita rallenta, mentre le pressioni inflazionistiche hanno costretto alcune Banche centrali dei mercati in via di sviluppo a una politica monetaria poco accomodante. Nel frattempo molti operatori stanno mettendo in discussione i modelli di sviluppo di colossi come Cina e Brasile, soprattutto dopo che le fonti di crescita del passato si sono prosciugate costringendo i due paesi a cercarne di nuove. Tutto questo va unito con le preoccupazioni di natura geopolitica, come sta mostrando la situazione di tensione fra Ucraina e Russia.

Asset per chi sa aspettare
“Si tratta sicuramente di elementi negativi, ma gli investitori di lungo termine possono ancora trovare delle opportunità”, spiega uno studio firmato da Mark Kiesel, uno dei responsabili degli investimenti di Pimco. “Soprattutto quando alcuni attori del mercato come i trader o gli investitori di breve periodo sono pessimisti su mercati e asset che hanno buoni fondamentali che possono supportarne l’andamento nel lungo periodo. Questo, secondo noi, sta succedendo con i mercati emergenti. Le valutazioni stanno migliorando e le previsioni, con il passare del tempo, cambieranno. Potrebbe essere arrivato il momento per gli investitori con una visione di lungo termine di iniziare ad aggiungere, in maniera selettiva, gli emerging market nel portafoglio”.

I ritorni di fiamma per gli emergenti non sono cosa nuova. Negli ultimi 40 anni circa, ci sono stati diversi cicli caratterizzati da un massiccio afflusso di capitali verso questi mercati: i prestiti bancari degli Stati Uniti nei confronti dell’America latina negli anni ‘90, i carry trade in Asia (sempre negli anni ’90) e il più recente afflusso di capitali verso azioni e obbligazioni stimolato in particolare dell’allentamento quantitativo nel 2010.  “Questi eventi hanno determinato una crescita del credito eccessiva, squilibri esterni e il calo della competitività a fronte della sopravvalutazione dei tassi di cambio reali. Direi che oggi i fondamentali sono migliorati molto rispetto alla crisi del debito dei paesi a basso grado di sviluppo degli anni ‘80 e alla crisi asiatica degli anni ‘70, a diversi livelli, compresa la finanza pubblica e la politica macroeconomica”, spiega una nota di Chris Iggo, responsabile degli investimenti obbligazionari a livello globale di Axa Investment Managers. “Le economie sono più solide, in termini di infrastrutture economiche, ricchezza e produttività. L’andamento nel lungo periodo è convincente, in considerazione dei fattori demografici, della disponibilità delle risorse in alcuni paesi e del fatto che la crescita non è ostacolata dalle vecchie tecnologie”.

Resta il fatto che le cose sui mercati emergenti non stanno andando bene. “Si tratta di una correzione determinata dalle politiche macroeconomiche (rialzi dei tassi e svalutazione delle monete) e dal fatto che è meno facile ottenere finanziamenti dall’estero”, dice Iggo. “La Cina in questo senso ha un ruolo cruciale. Probabilmente sarà una fonte di rischio importante nel passaggio dell’economia verso un nuovo modello di crescita. Comunque, rileviamo valore nel debito dei mercati emergenti, in particolare nei titoli in valuta forte dove gli spread sui Treasury sono più del doppio rispetto alle obbligazioni investment grade statunitensi”.

Occhio alle urne
Un elemento che gli investitori devono tenere d’occhio quando si parla di emerging, comunque, è quello politico. Il 2014 è tra le annate elettorali più affollate per i mercati emergenti: si avviano alle urne i cittadini di oltre 40 paesi che rappresentano il 20% della produzione mondiale globale. Tra i mercati chiave su cui puntare l’attenzione rientrano Sudafrica (aprile-luglio), India (maggio), Indonesia (luglio) e Brasile (ottobre). “In totale, questi paesi rappresentano circa il 40% degli indici obbligazionari dei mercati emergenti (e oltre il 25% degli indici azionari)”, dice in un report Peter Marber, responsabile degli investimenti nei mercati emergenti di Loomis, Sayles & Company. “Ciò che rende importanti queste elezioni è che nella generale indolenza dell’economia globale possiamo intravedere cambiamenti politici potenzialmente forieri di indizi circa le tendenze future”.

Jp Morgan, intanto, a fine marzo segnalava che le obbligazioni governative BB dei mercati emergenti di fatto pagavano più degli industriali Usa con rating singola B, mentre i bond investment grade emerging davano circa il doppio rispetto a quanto si sarebbe guadagnato investendo in obbligazioni industriali statunitensi con rating analogo: circa 260 punti base sopra i Treasury Usa contro i 130 basis point.

 

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Info autore Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.