Torna in campo il bond di Eurolandia
La speculazione sull'Italia riporta in auge l'idea delle obbligazioni garantite da tutti i Paesi dell'area. Con qualche differenza.
Una delle soluzioni di cui si discute da tempo è quella di un bond pan-europeo garantito dall’intera Eurozona che metterebbe al riparo dagli attacchi della speculazione mondiale gli emittenti che zoppicano. L’idea era già venuta fuori l’anno scorso con lo scoppio della crisi in Grecia: il principio era quello di permettere ai Paesi più deboli dell’area di agganciarsi agli stati più forti (come Germania e Francia) per raccogliere denaro invece di stare da soli quando emettono proprie obbligazioni governative sperando nell’interesse degli investitori internazionali.
L’idea circola di nuovo
Il progetto si è riaffacciato nelle ultime settimane quando la tempesta si è spostata in Italia portando lo spread dei rendimenti tra i titoli decennali italiani e tedeschi a superare il massimo storico dalla nascita dell’euro sopra i 300 punti base. Ma con qualche differenza. “La situazione dello Stivale è diversa da quella ellenica”, spiega uno studio firmato da Axel Merk, presidente e responsabile degli investimenti di Merk Investments. “L’Italia ha un bilancio primario positivo (la differenza, al lordo, fra le entrate e le uscite annue dello stato, Ndr): prima del pagamento degli interessi il Paese genera un surplus annuo pari all’1,8% del Pil. Con un debito pari al 119% del Pil e quindi con gli interessi che ci sono da pagare, questo avanzo diventa un deficit del 4,6%. Una situazione che, comunque, è migliore rispetto a quella di altri Paesi dell’area”.
I leader politici europei potrebbero decidere che ogni Paese in possesso di determinati criteri – ad esempio un avanzo primario di un certo livello che, pagati i debiti, non diventi un deficit troppo pesante – ha titolo per diventare beneficiario di un bond garantito dall’intera Eurozona. “Il mercato ha fame di un’obbligazione di questo tipo perché promette di essere di buona qualità e molto liquida”, continua lo studio.
Oggi come l’anno scorso ad opporsi è ancora la Germania, consapevole del fatto che uno strumento di questo tipo metterebbe in pericolo la posizione di preminenza del suo Bund. “Un asset di investimento così, però, porterebbe vantaggi per tutti”, continua Merk. “Potrebbe essere considerato un’estensione del Patto di stabilità finanziaria dell’Europa diventando un mezzo per risolvere i problemi finanziari di alcuni Stati. Potrebbe inoltre diventare un passo fondamentale per una maggiore integrazione fiscale fra i diversi Paesi di Eurolandia che, in questo momento, hanno nella divisione uno dei punti di debolezza maggiori”.
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