Climate change, rischio o trend secolare per gli investitori?

Crescono le pressioni sulle aziende perché rendano noti gli effetti dei cambiamenti climatici sulle loro attività. Lo stesso vale per i gestori di patrimoni finanziari. Il carbon footprint può essere un punto di partenza, ma servono strumenti di misurazione della capacità di gestire tali fenomeni, che preoccupano, ma possono diventare un’opportunità per contribuire a un’economia più pulita.

Sara Silano 31/01/2019 | 10:56

Alcuni lo definiscono un “trend secolare”; altri un “problema sistemico”; altri ancora un “rischio finanziario materiale”. Comunque lo si chiami, il cambiamento climatico è per gli investitori un elemento che non può più essere ignorato nelle strategie di costruzione del portafoglio. Il tema è anche in cima alle priorità del Piano di Azione della Commissione europea per uno sviluppo sostenibile, che propone, tra l’altro, un’armonizzazione delle metodologie di costruzione degli indici low carbon e un’integrazione dei temi di responsabilità sociale nella consulenza finanziaria e nei doveri fiduciari degli operatori istituzionali.

I rischi climatici
Le aziende affrontano oggi diversi tipi di rischi climatici. Tra i più importanti ci sono quelli fisici, derivanti da eventi naturali estremi, come gli uragani, le alluvioni o gli incendi su vasta scala. Ma sono altrettanti critici quelli di transizione verso un’economia a basse emissioni inquinanti, che derivano dalla necessità di rispettare l’Accordo di Parigi per contenere l’aumento delle temperature. Ne sono un esempio le regolamentazioni sempre più stringenti sull’inquinamento, la necessità di implementare cambiamenti tecnologici, il mutare delle preferenze dei consumatori. La Task force del Financial Stability Board sulla trasparenza finanziaria su questi temi (Task Force on Climate-Related Financial Disclosures, TCFD) ha creato un quadro di riferimento di tali rischi distinguendo in acuti e cronici quelli fisici, e legali/politici, reputazionali e tecnologici quelli da “transizione”.

Gli investitori fanno sempre più pressione sulle imprese perché rendano pubblici i rischi climatici e, allo stesso tempo, gli asset manager hanno un crescente bisogno di misurare tali pericoli all’interno dei loro portafogli e renderne conto ai clienti. I firmatari del Montreal Carbon Pledge, promosso dal Principle for responsible investiment delle Nazioni Unite nel 2014, hanno ormai superato le 120 unità tra asset owner e gestori per un patrimonio che supera i 10 mila miliardi di dollari e si sono impegnati nel calcolare e comunicare l’impronta di carbonio (carbon footprint) dei loro portafogli azionari ogni anno.

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Info autore

Sara Silano

Sara Silano  è caporedattore di Morningstar in Italia

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