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VIDEO: Low cost investing, occhio al fai-da-te

Matteo Cassiani (CFA Society Italy) mette in guardia dai pericoli di un approccio d’investimento che punti solo a pagare le commissioni più basse. Non sempre la scelta passiva è la migliore e quello che conta, alla fine, è un’asset allocation di lungo periodo coerente con gli obiettivi. 

Valerio Baselli 19/07/2018 | 09:24
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Valerio Baselli: Buongiorno e benvenuti. Sono Valerio Baselli e mi trovo in compagnia di Matteo Cassiani, memebro del consiglio direttivo di CFA Italy, docente di codici etici presso l’Università di Ancona, nonché gestore di Fideuram. Matteo buongiorno e grazie.

Matteo Cassiani: Grazie per il benvenuto.

Baselli: Dunque, l’introduzione di MiFID II, dallo scorso gennaio, ha posto al centro dell’attenzione un tema molto importante come quello dei costi e della loro trasparenza. In quest’ottica, quali sono i parametri più importanti da prendere in considerazione quando si vuole costruire un portafoglio “low cost”?

Cassiani: La trasparenza dei costi, in esperienza simili, dove queste regole sono state già introdotte, quindi nel regno Unito, in Australia e in Olanda, ha portato una particolare segmentazione del mercato, in cui abbiamo visto gli investitori dirigersi verso gestori attivi di nicchia e verso soluzione “low cost”, che però spesso si trovano in un approccio “fai da te”. Il discorso del “low cost” infatti può essere interpretato sia attraverso gli investimenti in fondi indicizzati, e qui comunque un po’ di diversificazione rimane, ma per altri versi, nelle esperienze che ho citato, si è visto un abbandono del risparmio gestito inteso come tale, per tornare a depositi amministrati. I quali, se seguiti con una consulenza, hanno un senso, altrimenti in realtà rischiano di enfatizzare il rischio idiosincratico, quanto meno quello che deriva dalla scarsa diversificazione dei prodotti.

Baselli: Nel contesto europeo, quando si parla di investimenti a basso costo ci si riferisce quasi esclusivamente ai fondi indicizzati, in particolar modo agli Etf, e sappiamo ad esempio che negli Stati Uniti non è per forza il caso. Questo che cosa significa? Che l’investitore attento ai costi deve per forza costruirsi un portafoglio al 100% passivo?

Cassiani: No, in realtà ritengo che più che la selezione dei fondi, la riduzione dei costi passi anche attraverso un’asset allocation di lungo termine. Quindi attraverso l’educazione del cliente e anche delle reti in realtà. Un elevato turnover, cioè il cambiamento delle posizioni nel tempo, indipendentemente dal fatto che si scelga un prodotto passivo o attivo, in realtà ha senso fino a un certo punto. Pensiamo ad esempio a come i mercati in queste settimane con una maggiore volatilità in effetti premino i gestori attivi, i quali hanno la possibilità di sfruttare la dispersione dei rendimenti per ottimizzare il proprio valore aggiunto.

Pensiamo anche ad asset class, ad alcuni studi che dimostrano che in alcuni mercati molto efficienti, ad esempio il mercato azionario americano, sia difficile per i gestori attivi mantenere un track record costante di sovraperformance. In quel caso, può aver senso nel lungo termine un investimento rivolto verso il passivo. D’altro canto, è anche vero che dove questa efficienza è minore indipendentemente dal ciclo economico, storicamente risultano premiati i gestori attivi, che hanno la capacità non tanto di seguire sempre gli incrementi di valore dell’asset class sottostante, in particolar modo quelli più prudenti, ma spesso riescono a ridurre i “drawdown”, cioè le perdite. E nel lungo termine, non solo i costi minori del singolo strumento permettono di aumentare il rendimento finale, ma anche evitare di prendere delle perdite consistenti in portafoglio da dover recuperare.

Baselli: A questo punto, quindi, torna al centro il discorso della pianificazione finanziaria, della sua coerenza e dell’ottica di lungo periodo. In che modo si possono coniugare gli approcci attivo e passivo, avendo un occhio di riguardo per i costi?

Cassiani: Un punto fondamentale di Mifid II è quello di evitare il “misselling” dei prodotti.Il che significaevolversi dalla semplice vendita del prodotto a una vera e propria consulenza a valore aggiunto. Questo deve per forza passare dalla disamina degli obiettivi del cliente di medio lungo termine. Il consulente finanziario in particolare avrà un ruolo centrale in questo passaggio.

Baselli: Grazie mille a Matteo Cassiani.

Cassiani: Grazie a voi.

Baselli: Per Morningstar, Valerio Baselli, grazie per l’attenzione.

Visita il mini-sito Morningstar dedicato a MIFID II.

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Info autore

Valerio Baselli

Valerio Baselli  è Giornalista di Morningstar.