Caccia alla qualità nell’universo emerging

Per muoversi nelle aree in via di sviluppo bisogna innanzitutto considerare le peculiarità e i rischi di ogni singolo paese. E puntare alle società con i fondamentali migliori.

Dan Kemp 03/02/2016 | 15:39

Quando si parla di investimenti nei mercati emergenti, vale la pena citare quello che ha scritto l’autore Douglas Adam nel libro Guida intergalattica per autostoppisti: “Lo spazio è vasto, ma proprio vasto. Neanche ve l’immaginate quanto enormemente, smisuratamente, sbalorditivamente vasto esso sia”.

Spesso i mercati emergenti sono presenti nei portafogli degli investitori attraverso un singolo fondo, ma si tratta in realtà di un’area vasta e diversificata. In termini di dimensioni rappresentano circa l’80% della popolazione globale e il 45% del potere d’acquisto mondiale. Guardandoli sotto un'altra lente, l’indice Msci Emerging Market comprende 838 società di 23 paesi diversi per una capitalizzazione di 3.400 miliardi di dollari. Per questo non conviene considerare questi mercati come un blocco unico e attendersi di sviluppare una previsione logica sul suo andamento. Questo diventa evidente se si considera il declino dei prezzi dell’energia. Mentre chi investe in Russia è preoccupato da questo elemento per gli effetti che può avere sull’economia del paese e sulla Borsa di Mosca, chi investe in India si frega le mani, visto che il paese è un importatore di barili e beneficia largamente del calo dell’oro nero.

Per questo motivo i mercati emergenti hanno rappresentato un buon terreno di caccia per gli investitori attivi che cercano qualità. I fondi azionari dedicati ai mercati emergenti che hanno ottenuto un Morningstar Analyst Rating positivo (Oro, Argento e Bronzo), ad esempio, hanno fatto meglio dell’indice Msci EM per otto degli ultimi 10 anni.

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Dan Kemp

Dan Kemp  è responsabile degli investimenti EMEA di Morningstar Investment Management (MIM).

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