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Il mercato non capisce il business dell’Alzheimer

Crescono i costi per curare i sempre più numerosi casi di demenza facendo più ricco un mercato già miliardario. Le aziende che lavorano nel segmento cambiano approccio e possono aumentare il loro vantaggio competitivo. Ma le valutazioni restano a sconto. 

Marco Caprotti 15/12/2015 | 15:05
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“La salute non analizza se stessa e neppure si guarda allo specchio. Solo noi malati sappiamo qualche cosa di noi stessi”. Così scriveva Italo Svevo ne La coscienza di Zeno. Da anni, tuttavia, alcune casa farmaceutiche stanno cercando di capire qualcosa di più sul morbo di Alzheimer e su chi ne soffre. Si tratta di una malattia neurologica progressiva, cronica e per la quale non esiste una cura. Gli unici farmaci in circolazione sono in grado di trattare solo gli stadi più lievi.

Un affare miliardario
Per il settore del pharma è soprattutto un affare interessante. Secondo il Rapporto Mondiale Alzheimer 2015 “L’impatto Globale della Demenza: un’analisi di prevalenza, incidenza, costi e dati di tendenza”, (ripreso dall’Associazione Alzhaimer Italia), i costi globali della demenza sono cresciuti da 604 miliardi di dollari nel 2010 a 818 miliardi nel 2015, registrando quindi un aumento del 35,4%. Le stime dicono che raggiungeranno i mille miliardi in soli tre anni.

Per quest’anno si stimano nel mondo 46,8 milioni di persone affette da una forma di demenza. Questa cifra è destinata quasi a raddoppiare ogni 20 anni, fino a raggiungere 74,7 milioni di persone nel 2030 e 131,5 milioni nel 2050. Previsioni che risultano più alte del 12-13% rispetto a quelle pubblicate nel World Alzheimer Report del 2009. Il 58% di tutte le persone con demenza vive attualmente in paesi classificati dalla Banca Mondiale come a reddito medio o basso. Questa percentuale è destinata ad aumentare, raggiungendo il 63% nel 2030 e il 68% nel 2050. Sono oltre 9,9 milioni all’anno i nuovi casi di demenza, vale a dire un nuovo malato ogni 3,2 secondi.

Il vantaggio di agire prima
“Le case farmaceutiche sono consce delle potenzialità di questo mercato, ma poche fino ad ora sono state capaci di sviluppare farmaci e ricevere dalle autorità competenti il via libera a venderli”, spiega Damien Conover, responsabile di Morningstar per la ricerca sulle società del segmento pharma. Non esistendo una cura definitiva, le aziende del settore hanno deciso di sfruttare questo mercato cambiando approccio e cercando di migliorare le diagnosi e i trattamenti nei primi stadi della malattia. Una direzione che, peraltro, ricalca in parte, le raccomandazioni di Alzheimer's Disease International, l’organizzazione che riunisce le Associazioni Alzheimer di tutto il mondo, secondo cui gli investimenti nella ricerca devono essere potenziati e proporzionati al costo sociale della malattia e devono essere equamente distribuiti tra prevenzione, trattamento, assistenza, e cura. Questo considerando anche che la ricerca epidemiologica è particolarmente carente in Asia centrale, Europa orientale, America latina meridionale, Africa orientale e nelle regioni dell’Africa subsahariana. Tutte zone (o mercati), peraltro, molto interessanti per le aziende del settore anche per la vendita di farmaci per altre malattie. 

“Dal punto di vista borsistico per aziende come Eli Lilly, Biogen, Merck e Roche che già lavorano in questo ambito si tratta comunque di una scommessa vincente”, dice Conover. “Se non ottenessero risultati il loro vantaggio competitivo (l’Economic moat secondo la definizione Morningstar), non cambierebbe e resterebbe Ampio. Se invece dovessero avere successo, allargherebbero ancora di più il solco che le separa dalle altre società farmaceutiche mondiali”. Dal punto di vista delle valutazioni, secondo l’analista di Morningstar il mercato non sta tenendo conto delle opportunità che esistono in questo segmento né dei progressi che sono stati fatti nei test medici. 

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.