I fischi sommergono la Fed

Lo spettacolo che sta dando la Banca centrale Usa sui tassi confonde gli investitori facendogli preferire strategie di breve periodo che li intrappolano nella volatilità. Conviene puntare sull’Economic moat e sulle buone valutazioni. 

Marco Caprotti 22/09/2015 | 16:03
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Meglio non assistere alle continue messe in scena della Federal Reserve – con i suoi continui cambi di umore sui tassi e sulla congiuntura – e concentrarsi sull’economia reale. Solo in questo modo, dicono gli operatori, sarà possibile non rimanere incastrati nella trappola della volatilità, che scatta ogni volta che la Banca centrale americana (o qualcuno dei suoi membri) parla, e si potranno prendere decisioni di lungo periodo.  

Un pessimo show
L’ultimo spettacolo di quello che ormai viene chiamato il “Circo della Fed” è di questi giorni. Giovedì 17 settembre la Fed ha deciso di non toccare i tassi, ha detto il Chairman dell’istituto centrale americano, Janet Yellen, a causa delle incertezze che aleggiano intorno alla ripresa globale e a quella cinese in particolare. La dichiarazione ha fatto scattare le vendite sui mercati azionari internazionali. Nel fine-settimana, poi, alcuni governatori della Fed hanno rilasciato commenti considerati da “falco”. Sabato John Williams, capo della Fed di San Francisco, ha spiegato che una stretta “è probabile a fine anno”. Jeffrey Lacker, presidente della Fed di Richmond e l'unico a votare giovedì scorso per un aumento dei tassi, ha motivato la sua scelta sostenendo che “anche con un rialzo di un quarto di punto percentuale, i tassi rimarrebbero eccezionalmente bassi fornendo sostegno alla crescita economica”. Sempre sabato James Bullard, presidente della Fed di St. Louis ma non membro votante del Federal Open Market Committe (Fomc, il braccio operativo della Fed), ha puntato a un possibile aumento del costo del denaro a ottobre. Le loro dichiarazioni, secondo gli investitori, hanno spazzato via tute le paure.

C’è poi il balletto delle cifre, con la Fed che, in poco tempo, cambia le previsioni sull’andamento di alcuni importanti indicatori. Lo spettacolo è andato in scena anche dopo l’ultima riunione del Fomc. Le stime per il Pil 2015 ora sono di un +2,1% contro il +1,9% indicato a giugno. Per il tasso di disoccupazione ora si parla del 5,3% rispetto al 5,3% di tre mesi fa. In termini di inflazione oggi si ragiona sullo 0,4% (prima era 0,7%). “Se la Federal Reserve desse retta ai suoi numeri, allora non dovrebbe alzare i tassi di interesse nel 2015”, spiega Robert Johnson, responsabile dell’analisi economica di Morningstar. “Senza contare che la Banca centrale ha detto che le stime potrebbero essere riviste al ribasso in caso di uno shock esterno”. Anche gli ultimi numeri rilasciati dall’istituto, insomma, vanno presi con le molle.

“La Fed dovrebbe smetterla con questi spettacoli che si ripetono ogni volta che c’è un suo meeting”, dice Johnson. “Il risultato è che gli investitori si concentrano più sulle opportunità di breve periodo che sulle scelte di lungo termine. Sembra anche che alcuni abbiano perso il senso della misura e cerchino di indovinare le decisioni dei membri del Fomc in base al loro oroscopo”.

Un rialzo senza effetti
La maggior parte degli operatori – quelli che ragionano sui numeri e non sui movimenti astrali – sono concordi nel dire che un rialzo di un quarto di punto (la Fed ha già detto che quando si muoverà, lo farà con gradualità) non avrà impatto sulla congiuntura. Sarà da considerare più che altro un segnale che le cose sono cambiate. In questo modo, tra l’altro, l’istituto avrà lo spazio di manovra sufficiente per tagliare il costo del denaro se lo scenario dovesse peggiorare improvvisamente.

“Più difficile è capire come i mercati azionari saranno condizionati da un aumento dei tassi”, spiega Johnson. “Certo è che l’atteggiamento della Fed non aiuta la fiducia delle imprese. Se la Banca centrale non ha il coraggio di fare un piccolo passo non si capisce perché le aziende dovrebbero diventare audaci”.

Dal punto di vista degli investitori, il consiglio è quello di ragionare nel lungo periodo, cercando di battere la volatilità di breve termine con aziende di qualità (identificabili attraverso l’Economic moat o vantaggio competitivo) con valutazioni interessanti. 

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.