Le sfide di MiFID II

Il mercato si prepara a una maggiore competizione sui prodotti che costeranno meno. Ma bisognerà fare anche un miglior profilo del rischio che può affrontare il cliente. Usando precisi strumenti di analisi. 

Marco Caprotti 20/12/2017 | 09:56

Woekerpolis. La parola, quasi impronunciabile da un italiano, potrebbe in parte indicare se MiFID II, dopo la sua introduzione a gennaio 2018, avrà successo nell’implementare la trasparenza e i migliori interessi dei clienti già previsti dalla precedente Markets in Financial instruments Directive a tutela degli investitori emanata dal Parlamento europeo ad aprile 2004. Il termine olandese in italiano significa “politica del profitto” ed è il modo usato dai media dei Paesi bassi per rappresentare quelle forme di investimento in cui tra il 25% e l’86% dei premi corrisposti venivano destinati a costi (caricamenti assicurativi, commissioni e altre spese) piuttosto che a investimenti. Ne sono state piazzate circa 6,5 milioni in 15 anni. Tutti i principali collocatori del paese le hanno distribuite e si sono ritrovati in seguito a offrire indennizzi (su ingiunzione del tribunale) agli investitori. Il regolatore locale, infatti, nel 2008 ha sancito che qualsiasi forma di investimento che prevedesse costi superiori al 3,5% del premio complessivo avrebbe portato a un indennizzo.

Da lì la situazione si è evoluta. Nel 2009 l’ente supervisore olandese ha cominciato ad interrogare l’industria circa la sostenbilità dei margini e delle retrocessioni dei servizi finanziari per capire se l’interesse dei clienti e la trasparenza (cioè la visibilità dei costi reali) fossero tutelati. L’obiettivo era ripristinare un clima di fiducia nell’industria finaziaria. A dicembre 2013 c’è stata la promulgazione della direttiva Wijzigingsbesluit Financiële Markten 2014 e il primo gennaio dell’anno seguente è stata completata l’eliminazione delle retrocessioni sui prodotti di investimento nel paese.

Come è cambiato il mercato
Qual è stato l’impatto sull’industria? “I distributori hanno ridisegnato il proprio modello commerciale risegmentando i clienti sotto consulenza in diverse forme”, spiega Marcello Matranga, responsabile in Italia della società olandese di asset management Robeco. “Execution Only: piattaforme e supermercati di prodotti di investimento a bassi costi e approccio fai-da-te. Advisory: cioè a parcella. Gestioni patrimoniali: pensate per una fascia clientela medio-alta. Solo una quota residuale dei clienti ha mantenuto i propri investimenti in soluzioni sotto consulenza. Quelli che hanno potuto, hanno convertito in gestioni patrimoniali. In molti invece sono stati lasciati al proprio destino. C’è stata però un’esplosione di prodotti di investimento passivi o semi-passivi che consentono di ottenere rendimenti spesso migliori del mercato a fronte di costi più contenuti”.

E per quanto riguarda le società di gestione? “Tutte hanno creato e messo a disposizione dei distributori e clienti classi di azioni senza retrocessioni”, dice Matranga. “I costi medi degli strumenti finanziari sono diminuiti. Alcune società hanno ritenuto conveniente istituire la propria distribuzione al dettaglio. E’ aumentata notevolmente la domanda per prodotti i passivi”. Va precisato che il mercato olandese mostra profonde differenze rispetto a quello italiano. “Nella Penisola, il segmento bancario è più frammentato”, dice il responsabile di Robeco. “ E ovunque crescono forme di consulenza più democratiche grazie alla tecnologia”.

Concorrenza e costi
Le novità che verranno introdotte con MiFID II per quanto riguarda le informazioni sulla trasparenza dei costi e degli oneri che gli intermediari saranno obbligati a fornire ai clienti sarà quindi un campo sul quale si giocheranno le sfide competitive. I clienti, infatti, cambieranno approccio. Questo perché i costi saranno sempre più conosciuti, mentre le performance resteranno un’incognita. Insomma, si passerà dal domandarsi “Quanto mi rende?” a chiedersi “Quanto mi costa?”.  

Le ricerche di Morningstar hanno dimostrato che i costi sono uno degli elementi che più di altri riescono a essere predittivi sulla futura performance di un fondo. Non solo perché più bassi sono, meno rendimento si mangiano. I costi dicono molto, anche sul modo in cui una società di gestione pensa all’investimento e alla responsabilità verso i suoi clienti. “Costi alti tendono a placare il desiderio di una società per una gratificazione di breve periodo. Al contrario, costi bassi possono indicare che la società ha una strategia paziente e di lungo periodo”, dice Jeffrey Ptak, direttore della Global Manager research di Morningstar. Detta in altre parole: se una management company non è disciplinata abbastanza per costruire prodotti che abbiano un orientamento di lungo termine a costi competitivi, probabilmente non ha una gestione intelligente anche sotto altri aspetti.

Morningstar nella sua piattaforma di analisi Direct, attualmente ha 44 datapoint dedicati specificatamente a informazioni che finiscono sotto il cappello MiFID II.

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L’universo è diviso in due sotto-insiemi. Uno che definisce il target market ed è dedicato alle informazioni che possono essere utili per identificare gli strumenti adatti allo specifico profilo di rischio del cliente. Un altro è riservato alle fee, quindi a tutti quegli elementi che servono per identifcare il costo di uno strumento. Tutte informazioni che si possono affiancare al Morningstar e all’Analyst rating (per avere, rispettivamente, un giudizio quantitativo e qualitativo su un fondo) o, ad esempio, al Morningstar fee level, un indicatore che permette di confrontare tra loro, dal punto di vista dei costi, le singole classi retail all’interno delle categorie Morningstar a livello europeo.

Visita il mini-sito Morningstar dedicato a MIFID II.

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.