Ma quale Libia! E' la Cina che fa paura

Il Paese asiatico sta perdendo qualche colpo e l'inflazione non l'aiuta. Meglio essere più selettivi.

Marco Caprotti 25/02/2011 | 08:43

Mentre il mondo osserva le tensioni in nord Africa cercando di capire quali saranno le conseguenze nel medio termine, gli investitori sono già preoccupati per un’altra zona: la Cina. Gli scontri che si sono verificati in Tunisia prima e in Egitto poi hanno avuto scarse conseguenze sui mercati. La situazione è cambiata con l’estendersi della crisi alla Libia (l’ottavo produttore di petrolio dell’Opec con i suoi 1,5 milioni di barili estratti al giorno) e al Bahrain.

La paura, nel breve, è che le tensioni possano arrivare ai Paesi del Golfo persico. “Un contagio di questo tipo avrebbe inevitabilmente un impatto sui prezzi del petrolio perché creerebbe incertezze in un’area che provvede a un quinto dell’energia mondiale e che nasconde le maggiori riserve di oro nero del pianeta”, spiega Nicolas Robin, gestore di commodity di Threadneedle. Questa eventualità, tuttavia, è vista con favore dagli investitori in materie prime perché farebbe volare le quotazioni del petrolio e di tutti i prodotti che hanno il prezioso prodotto come sottostante. Ma fin qui siamo nella normalità di un segmento di mercato abituato alla volatilità del petrolio e che, nel corso dei decenni ha imparato a fare i conti con l’imprevedibilità di zone da sempre considerate ad alto rischio geopolitico.

Il Drago non è più d’oro
Il problema è più complesso per la Cina un Paese che, fino a pochi mesi fa, veniva considerato l’El Dorado degli investimenti e che, ultimamente sta iniziando a perdere colpi. “L’eta dell’oro è vicina alla fine”, dice senza mezzi termini uno studio firmato da David Beim, professore di economia e finanza alla Columbia Business School, secondo cui il Paese del drago sta perdendo competitività. “Il Paese ad aprile del 2010 ha avuto il primo deficit commerciale degli ultimi sei anni, mentre nell’intero hanno il surplus è stato del 6% inferiore al 2009”. Una soluzione potrebbe essere quella di aumentare i consumi interni. “Per fare questo le imprese cinesi dovranno pagare di più i lavoratori”, continua lo studio. “Molte hanno iniziato a farlo ed altre le seguiranno. Ma questo creerà un altro problema: metterà in crisi il modello cinese che si basa sulla produzione a basso costo. Le famiglie cinesi, diventando più ricche, vorranno maggiore qualità”.

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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