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I rialzi dei tassi non sono più una priorità

Le grandi economie globali non corrono come sperato nel 2018 e gli istituti di politica monetaria sono costretti a prendere tempo prima di muoversi. Fed compresa.

Marco Caprotti 18/02/2019 | 09:39
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L’osservata speciale è la Federal Reserve. L’istituto centrale americano fino alla fine dell’anno scorso, secondo gli operatori che avevano interpretato i vari bollettini del Fomc (il braccio direttivo dell’istituto), veniva data in procinto di fare altri rialzi dei tassi di interesse nel corso del 2019: almeno tre in 12 mesi. Poi, nelle prime riunioni di quest’anno del comitato esecutivo, i toni si sono fatti meno aggressivi. Tanto che, ormai, sono pochi quelli che sono pronti a scommettere su una stretta a breve. “Noi abbiamo già aggiornato le nostre previsioni sui rialzi dei tassi”, spiega Eric Compton, analista di Morningstar. “Il nostro outlook parla di nessun rialzo nel 2019 e una stretta nel 2020”. Il cambio di linea della Banca centrale Usa è stato spiegato dal presidente della Fed, Jerome Powell, parlando di una serie di rischi e ragioni per tenere un atteggiamento prudente. Fra questi ci sono il rallentamento della crecita globale, eventi geopolitici come Brexit e le tensioni nelle relazioni commerciali fra Stati Uniti e Cina.

Stati Uniti
Preoccupazioni condivise dagli investitori internazionali che, oggi, sono un po’ meno ottimisti sulla situazione americana rispetto a qualche tempo fa. “Ci aspettiamo da parte delle banche una contrazione delle condizioni di credito alle famiglie e alle piccole e medie imprese che, secondo noi, sarà la causa del rallentamento economico negli Stati Uniti per questo e per il prossimo anno”, spiega Alessandro Tentori, responsabile degli investimenti di AXA Investment Managers Italia. “Di conseguenza abbiamo rivisto le nostre prospettive di crescita del Pil Usa leggermente al ribasso al 2,2% per il 2019 (dal 2,3%). Si tratta di un dato inferiore anche al consensus del 2,5% ma comunque superiore, secondo noi, al tasso di crescita potenziale negli Stati Uniti”.

Europa
I numeri, intanto, parlano di rallentamento anche nel Vecchio continente dove la Commissione europea ha pubblicato le sue previsioni di crescita rivedendole in forte ribasso, specie per il 2019. Bruxelles indica, infatti, una crescita del Pil nel 2019 dell’1,3% per l'Eurozona e dell'1,5% per l’Unione europea, rispetto all’1,9% e al 2,0% precedenti. Le revisioni più drastiche si riferiscono all’Italia (+0,2% contro +1,2%. E’ già entrata tecnicamente in recessione) e alla Germania (+1,1% contro +1,8%). La Francia potrebbe limitare i danni (+1,3% contro +1,6%).

“Questo taglio netto e deciso non fa che confermare un rallentamento già osservato dagli analisti e in parte scontato dai mercati, di fronte al quale la Banca centrale europea ha già ammorbidito la sua posizione”, spiega Olivier De Berranger, Chief Investment Officer di La Financière de l’Echiquier.

Cina
In Cina i margini di manovra per guidare l’andamento della congiuntura si sono ridotti. “Pechino ha già adottato una serie di misure a sostegno dell’attività tra cui, recentemente, un forte abbassamento dei tassi sulle riserve obbligatorie degli istituti di credito”, spiega Didier Saint Geroges, Managing director e membro del comitato investimenti di Carmignac. “Tuttavia, le restrizioni all’adozione di maggiori stimoli sono diventate molto significative. Attualmente la priorità dichiarata è quella di sgonfiare la bolla del credito (il rapporto debito/Pil del paese si attesta al 270%). Inoltre la Cina non dispone più di surplus delle partite correnti. Di conseguenza, uno squilibrio di bilancio eccessivo innescherebbe rapidamente anche delle pressioni sulla valuta”.

 

Giappone

In Giappone, indipendentemente dalla dinamica positiva dei prezzi al consumo, sembra ancora troppo presto per parlare di un miglioramento sostenibile dell’inflazione. “La Bank of Japan potrebbe pertanto confermare la politica monetaria estremamente accomodante”, spiegaHans-Jörg Naumer, Global Head Capital Markets & Thematic Research di Allianz Global Investors. “Gli investimenti limitati delle aziende nipponiche influiscono negativamente sulle previsioni di crescita a medio termine. Lasciano ben sperare, invece, la solidità del mercato del lavoro e i conseguenti aumenti salariali, che dovrebbero ammortizzare il rialzo dell’Iva previsto per ottobre”.

 

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.