L’industria del risparmio deve tirare fuori i suoi talenti

La maggiore trasparenza imposta da Mifid II renderà sempre più difficile aumentare i costi per mantenere invariati i ricavi. Cresce la voglia di aggregazioni, ma la capacità di trattenere i clienti e la forza del brand possono fare la differenza.

Sara Silano 02/11/2018 | 09:43

L’industria degli investimenti continua ad essere in fermento in tutto il mondo. In Italia, nei giorni scorsi è arrivato l’annuncio dell’interesse di Banca Generali per Nextam Partners; mentre, secondo le anticipazioni di Reuters, si sarebbero raffreddati i colloqui tra BlackRock ed Intesa Sanpaolo per una partecipazione di minoranza in Eurizon, a causa, si dice, dell’incertezza politica. Intanto, oltreoceano, Invesco ha comprato OppenheimerFunds e si prepara a diventare il 13° asset manager al mondo per masse gestite (quelle combinate supereranno i mille miliardi di dollari).

Rischi in crescita
E’ solo uno degli ultimi segnali che l’industria è sotto pressione. “Le ragioni sono molteplici”, spiega Greggory Warren, sector strategist di Morningstar. “Le scarse performance relative dei gestori attivi, la crescita dei flussi di capitale verso prodotti a basso costo e la diffusione della consulenza finanziaria ai risparmiatori fa sì che le case di investimento facciano più fatica a crescere e siano più dipendenti dai movimenti del mercato per incrementare le masse gestite”.

I margini si restringono
In Europa, Italia inclusa, gli operatori devono fare i conti con la direttiva Mifid II, entrata in vigore all’inizio dell’anno, che tenderà a ridurre i margini di profitto sia per i produttori sia per i distributori a causa dell’aumento degli oneri per adempiere ai nuovi obblighi. In più, la maggior trasparenza sui costi richiesta dalla legge obbligherà ad esplicitare tutte le commissioni in euro e a metterle in relazione con il rendimento ottenuto. In questo modo, i risparmiatori avranno più chiaro quanto realmente spendono, il che, come afferma in una nota Assiteca Sim, renderà sempre meno praticabile la via dell’aumento dei costi per mantenere invariati i ricavi.

Costi eccessivi?
Da uno studio sui costi dei fondi in Italia, pubblicato dalla Consob nel gennaio scorso, che analizzava l’evoluzione dal 2012 al 2016, emerge come circa il 70% delle commissioni riconosciute alle società di gestione vada a remunerare il canale distributivo. Per questo, si legge nelle conclusioni del rapporto, “è verosimile che la nuova disciplina introdotta dalla Mifid II, che reca disposizioni più restrittive in materia di incentivi, possa determinare una revisione degli attuali modelli distributivi e commissionali”.

Consob rivela che “l’incidenza dei costi di gestione sul patrimonio dei fondi è rimasta complessivamente stabile attorno all’1,4% nel periodo considerato, ma il peso sugli utili prodotti dai fondi è cresciuto notevolmente, passando dal 16 al 51%. Nel 2016, per alcune categorie, i costi sono risultati superiori ai guadagni e il rendimento è stato quindi negativo. Le fee di ingresso sono cresciute notevolmente, passando dallo 0,7 all’1,5%, mentre quelle di uscita si sono progressivamente ridotte fino a divenire del tutto residuali (0,05%)”.

Chi sopravviverà
Alla luce dell’evoluzione dell’industria del risparmio gestito, questi numeri fanno riflettere, anche perché sono spesso da ricondurre a gestioni sostanzialmente passive, ma fatte pagare come attive, i cosiddetti closet tracker. Morningstar non sposa la tesi che gli active manager saranno cancellati dai provider di soluzioni indicizzate. “Ci sarà sempre spazio per loro”, dice Warren. “Ma saranno avvantaggiati quelli con grandi economie di scala, marchi forti e stabili, provate performance di lungo periodo e profili commissionali ragionevoli”.

Le dimensioni, da sole, non sono garanzia di maggiori profitti. Secondo gli analisti di Morningstar, le fonti di vantaggio competitivo (Economic moat) nel settore del risparmio gestito sono soprattutto i “costi per il cambiamento” (switching cost) e gli “asset intangibili”. In altri termini, gli investitori sono restii a passare da un fund manager a un altro per i costi che devono sostenere e l’incertezza sulla possibilità di ottenere migliori risultati. Inoltre, ci sono delle rigidità legate ai canali distribuitivi e alla presenza sul territorio. Sono elementi di differenziazione, infine, il brand e la reputazione dei gestori, che derivano da buone performance sostenibili nel tempo. “Le barriere all’ingresso non sono alte”, spiega Warren. “Ma quelle per arrivare al successo sono estremamente elevate perché ci vogliono tempo e competenze non solo per ottenere eccellenti risultati, ma anche per avere le economie di scala che permettano di reggere il confronto con la concorrenza”.

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Info autore

Sara Silano

Sara Silano  è caporedattore di Morningstar in Italia