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Quanti dubbi, Mrs Yellen

Gli operatori davano per imminente un rialzo dei tassi da parte della Fed. Ma gli ultimi dati sul lavoro e la decisione della Cina di svalutare lo yuan potrebbero spingere la Banca centrale Usa a rivedere i suoi piani. 

Marco Caprotti 13/08/2015 | 12:42

Sarà a settembre? Le elucubrazioni e le scommesse su quando la Federal Reserve alzerà i tassi di interesse per la prima volta dal 2006 continuano a tenere in attività febbrile le sale operative anche in un periodo tradizionalmente calmo per le Borse come il mese di agosto. I ragionamenti degli operatori ruotano attorno a due elementi: la situazione dell’occupazione in Usa e, da qualche giorno, le incognite aperte dalla Cina con la decisione di svalutare la sua moneta contro il dollaro.

Il nodo occupazione
Per quanto riguarda il primo punto, il rapporto sull'occupazione di luglio dice che il mese scorso in Usa sono stati creati 215mila posti di lavoro e che il tasso di disoccupazione è rimasto al 5,3%. Sulla base di questi numeri è iniziata a ingrossarsi la pattuglia degli economisti che si aspettano una stretta già a settembre piuttosto che a dicembre. Il rapporto, infatti, è la dimostrazione di una lenta ma costante ripresa del mercato del lavoro anche se tra gli analisti, qualcuno fa notare che il tasso di partecipazione alla forza lavoro è rimasto al 62,6% (cioè ai minimi dell'ottobre 1977).

Il lato positivo è che la contrazione del dato, in atto dall'inizio degli anni 2000, sta rallentando anche se un tale andamento potrebbe indicare un'assenza di slancio in un mercato del lavoro incapace di attrarre coloro che hanno rinunciato a cercare un impiego. Altri esperti sottolineano che in generale, un rialzo dei tassi sarebbe positivo per l'azionario perché implicherebbe una crescita dell'economia, che migliorerebbe l'outlook dei profitti aziendali.

Arriva la Cina
Questa era la situazione fino a qualche giorno fa. Poi è arrivata la Cina che ha svalutato la sua moneta contro il dollaro, rendendo più complicato il lavoro dei mercati e della Fed. Gli effetti di questa decisione sono importanti.Questa manovra eserciterà una pressione al ribasso sui tassi d’inflazione già molto modesti nelle economie sviluppate”, spiega uno studio di Anthony Doyle, Investment Director Retail Fixed Interest di M&G Investments.“La flessione dello yuan comporterà un deterioramento del potere d’acquisto delle imprese e delle famiglie cinesi. Renderà anche più costose le materie prime, che sono per la maggior parte denominate in dollari Usa. Questo fa presagire un’ulteriore pressione al ribasso sui prezzi delle commodity”.

Secondo alcuni analisti a questo punto il numero uno della Federal Reserve, Janet Yellen, avrebbe una buona ragione per non iniziare ad alzare i tassi di interesse nella riunione del mese prossimo. Altri sottolineano, invece, come la Banca centrale americana sia più focalizzata sul mercato del lavoro Usa: dopo il rapporto sull'occupazione di luglio in linea alle stime, quindi, sarà determinante quello di agosto che arriverà giusto un paio di settimane prima del meeting del 16 e 17 settembre.

“La decisione cinese di svalutare lo yuan potrebbe frenare la crescita dell’inflazione, sia a livello globale che negli Stati Uniti”, spiega Robert Johnson, responsabile della ricerca economica di Morningstar. “E la dinamica dei prezzi è uno degli elementi che la Fed ha detto di tenere in considerazione per le sue decisioni sul costo del denaro. Per questo motivo potrebbe trovarsi nella condizione di dover rimandare la stretta”.

 

 

 

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Info autore Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.