Bond in default, le difese immunitarie dei fondi

Parmalat: alcuni l'avevano in portafoglio, altri non l'hanno mai acquistata. Nessuno è rimasto intrappolato nel crack, grazie a diversificazione e controllo del rischio. Restano, tuttavia, critici alcuni nodi normativi.

Sara Silano 10/02/2004 | 17:38
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La scorsa settimana, il Consiglio dei ministri ha varato il disegno di legge per la tutela del risparmio, che arriverà nei prossimi giorni in Parlamento per essere trasformato in legge. In attesa di vedere quale sarà la versione definitiva del provvedimento è utile fare il punto sulla normativa in materia, con particolare riferimento ai fondi comuni. Questi ultimi, a differenza dei prodotti finanziari emessi da banche e assicurazioni, hanno l’obbligo di redigere il prospetto informativo, che deve essere consegnato all’investitore prima della sottoscrizione.

Il prospetto è uno strumento di trasparenza, in quanto fornisce informazioni sulla politica di investimento, le caratteristiche, i risultati storici e i costi di un fondo. Ad esempio, nel caso di un fondo obbligazionario, speci

alizzato in emissioni societarie, permette di sapere se investe in corporate bond valutati “investment grade” (grado di investimento) dalle agenzie di rating o in titoli sotto tale livello (high yield). Non sono, invece, un’informazione pubblica le singole posizioni in portafoglio, al limite vengono rese note le prime dieci.

L’importanza di questo tipo di informazione è emersa recentemente con il caso Parmalat, perché i corporate avevano un rating, a differenza dei Cirio bond, e per di più una valutazione sopra il livello investment grade. Insomma, avevano tutte le caratteristiche per entrare nel portafoglio di un fondo corporate. Secondo il database Morningstar, nel 2003, almeno 334 fondi distribuiti in Europa, avevano emissioni Parmalat, anche se rappresentavano in media lo 0,88% del patrimonio complessivo, una percentuale piuttosto contenuta.

Fondi e rischio di default

Quali sono i rischi che corre l’investitore in fondi nel caso di default di un corporate bond? Una prima risposta è legata all’attuale normativa, una seconda alle strategie di gestione.

La riforma del diritto societario stabilisce che in caso di obbligazioni emesse da società e collocate presso investitori professionali, se questi ultimi le trasferiscono ai risparmiatori, in caso di default, gli intermediari sono responsabili in solido con l’emittente. Tuttavia, il fondo è considerato un investitore qualificato, per cui secondo alcuni esperti legali, la norma non è applicabile, in quanto si ritiene che il risparmiatore finale sia sufficientemente tutelato dall’obbligo di contenimento e frazionamento del rischio previsto dal Testo unico della finanza e dalle disposizioni attuative. Analogamente, se l’emittente è una società quotata e le obbligazioni sono trattate su mercati regolamentati, il concorso del collocatore viene meno, sulla base del presupposto che la società quotata deve sottostare a determinati principi di trasparenza.

Se le maglie della legge, almeno per il momento, sono piuttosto larghe, è la strategia di gestione che può fare la differenza nel controllo del rischio, oltre che nelle performance. Prima di entrare nel portafoglio di un fondo, un corporate bond viene sottoposto ad analisi approfondite e il rating assegnato da agenzie esterne rappresenta solo il punto di partenza. “Privilegiamo la ricerca interna”, dice Jim Leaviss, gestore del fondo European corporate bond di M&G Investments. “Perché le agenzie internazionali sono spesso troppo lente a cambiare il loro giudizio”.

Il processo di investimento è basato sull’analisi fondamentale delle società, la sua situazione finanziaria e il management, oltre alla visione macroeconomica sul contesto di riferimento. “E’ molto importante anche accertare il cosiddetto ‘event risk’, ossia il rischio legato a eventi imprevedibili, che non viene specificatamente analizzato dalle agenzie di rating, ma è una delle principali cause di abbassamento del rating”, dice Richard Urwin, direttore della ricerca strategica di Gartmore Investment. “Infine, è necessario tener presente la capacità di una società di resistere a un downgrading”.

Meglio tanti titoli, che pochi nomi di fama

Molti piccoli investitori hanno acquistato obbligazioni Cirio e Parmalat, facendo affidamento sul nome molto conosciuto, un errore poi pagato caro. I gestori di fondi hanno a disposizione molti più strumenti di analisi, compresi periodici incontri con i vertici della società. Fino a settembre 2003, il comitato creditizio di Fortis Investment attribuiva a Parmalat un rating BBB-, analogamente a Standard&Poor’s. A ottobre, il giudizio fu rivisto perché la società aveva livelli di liquidità e indebitamento troppo alti, di conseguenza, dissero gli analisti, era da evitare.

”Per battere il mercato dobbiamo anticipare il cambio di un rating e le mosse del mercato”, dice Marion Stommel Hatzidimoulas, responsabile investimenti in corporate bond di WestAM. “Per questo è importante la ricerca interna”. Questi strumenti in più a disposizione degli investitori istituzionali non hanno evitato che i bond Parmalat finissero nel portafoglio di molti fondi, tuttavia, associati a sistemi di controllo del rischio, hanno fatto sì che l’impatto sia stato modesto. Ancora di più ha contribuito la diversificazione, che rappresenta una caratteristica peculiare dei fondi: tante piccole scommesse su molti titoli piuttosto che forti posizioni su poche emissioni.

Il default di un titolo in portafoglio può sempre capitare, ma se succede un gestore ha a disposizione diverse vie per tutelare l’investitore. “Il bond può essere venduto a chi acquista debiti in sofferenza (ad esempio hedge fund) oppure la società di gestione può essere parte attiva per il recupero della maggior quantità possibile di somme investite”, dice Urwin, precisando comunque che Gartmore non ha mai avuto bond in default in portafoglio.

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Info autore

Sara Silano

Sara Silano  è caporedattore di Morningstar in Italia

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