Il Giappone può tentare la rimonta?

L’indice del paese cresce, ma resta dietro al paniere globale. Le valutazioni, dicono i gestori, sono sempre interessanti. Nel frattempo, si studiano gli effetti dell’aumento dell’Iva.

Marco Caprotti 15/01/2020 | 15:16

Il Giappone, nel 2020, ce la farà a recuperare il gap che, in termini borsistici, lo separa dal resto del mondo? L’indice Morningstar Japan nel 2019 (in euro) ha guadagnato il 21%. Un risultato sicuramente positivo, ma che lo lascia al palo se confrontato con il +28% messo a segno dal paniere global markets.

Il nuovo anno, intanto, sembra essere iniziato con lo stesso ritmo: mentre l’indice globale nelle prime due settimane del 2020 ha segnato +2,1%, quello nipponico si è portato a +0,44%.

Indici Morningstar Global e Morningstar Japan nel 2019 a confronto
giappone 2020

Dati in euro
Fonte: Morningstar Direct

L’andamento del listino giapponese si è riflesso in quello delle due categorie in cui sono raccolti i fondi che investono nell’equity dell’Arcipelago (vedi tabella sotto)

Andamento dei fondi dedicati al Giappone
giappone tabella

Valutazioni interessanti
“Negli ultimi 12-18 mesi, le azioni giapponesi sono state penalizzate dall’avversione al rischio, in un momento di rallentamento del ciclo globale”, spiega Ken Maeda, head of Japanese equities di Schroders. “Dato che ora stiamo iniziando a vedere meno revisioni al ribasso delle stime sugli utili, ci si può aspettare che gli investitori stranieri adottino un atteggiamento più positivo”.

In questo scenario la buona notizia per gli operatori è che le valutazioni dell’equity restano interessanti. “Rispetto ai livelli storici, le valutazioni sul mercato giapponese appaiono ragionevoli, ma potrebbe essere necessaria una maggiore visibilità sulla crescita degli utili a breve termine per spingere il mercato ulteriormente al rialzo”, dice Maeda. “Rispetto ad altri paesi sviluppati, in ogni caso, il Giappone continua a offrire molto valore”.

L’aumento dell’Iva
Nel frattempo, gli investitori cercano di capire quali potrebbero essere gli effetti dell’aumento dell’imposta sui consumi dall’8% al 10% introdotta a ottobre 2019. I risultati, per il momento, non sono molto incoraggianti. I dati elaborati dal Cabinet Office (l’organo che esercita il potere esecutivo) dicono che l’indice di fiducia delle imprese più sensibili ai consumi è passato al 39,8%, con un progresso dello 0,4% rispetto al mese precedente. L'indice di fiducia dei consumatori, nello stesso mese, si è attestato a 39,1 punti in rialzo dai 38,7 segnati nel mese precedente. È vero che si tratta di due miglioramenti, ma gli operatori fanno notare come qualsiasi risultato al di sotto di 50 sia la spia di un clima di sfiducia per quanto riguarda l’andamento dell’economia.

A complicare la questione c’è l’aumento del numero delle bancarotte aziendali che, nel 2019, secondo la società di analisi Dun&Bradstreet, sono cresciute dell’1,8% rispetto alle 8.383 dell’anno precedente. Si tratta del primo aumento dalla crisi finanziaria globale del 2008. “Il dato è preoccupante se si considera che il numero dei fallimenti è stato pesante soprattutto fra le aziende che avevano un debito intorno ai 10 milioni yen (circa 80mila euro, Ndr)”, spiega la società di ricerca. “Si tratta di piccole imprese del settore retail e dei trasporti che, oltre che dai disastri naturali e dalla crescita della disoccupazione, sembrano essere state particolarmente colpite dall’aumento dell’imposta”.

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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