Carbon tax in Usa, il fair value degli oleodotti cambia poco. La reputazione è a rischio

Un’imposta sulle emissioni di CO2 alle aziende Usa che si occupano del trasporto di petrolio non inciderebbe in maniera significativa sul valore dei titoli perché verrebbe scaricata sui consumatori. Ma ci potrebbero essere problemi con le comunità dove passano gli impianti che creerebbero costosi ritardi. 

Marco Caprotti 17/12/2019 | 11:14

Una carbon tax farebbe scendere il fair value dei titoli petroliferi? L’ipotesi di un provvedimento che vada a incidere sulle tasche delle società energetiche non è così peregrina. Il concetto di carbon tax è nato in Europa nel 2005, quando fu varato il sistema di compravendita dei crediti di CO2 (Emission Trading Scheme-ETS).

Più di recente, il Fondo monetario internazionale, con la pubblicazione a ottobre del Fiscal Monitor 2019, ha chiesto che venga studiato un meccanismo per far pagare le emissioni di anidride carbonica a chi le genera, attraverso una apposita tassa. Secondo l’organismo internazionale si tratta dell’unico strumento adatto per reperire le risorse per combattere i cambiamenti climatici e contenere il surriscaldamento globale entro i 2 gradi centigradi nei prossimi 10 anni.

Oleodotti sotto la lente
La questione riguarda anche le aziende petrolifere del segmento cosiddetto midstream, quello che si occupa del trasporto dell’oro nero. “Gli oleodotti sono il mezzo con cui la materia prima arriva nei posti in cui viene lavorata o consumata, per cui possono essere considerati corresponsabili dell’aumento dell’inquinamento da combustibili fossili. Senza contare che molte di queste producono gas inquinanti e sono spesso alle prese con perdite degli impianti”, spiega Stephen Ellis, energy e utilities strategist di Morningstar Research Services.

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Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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