Cosa c’è nel fossato dell’industria dei fondi

Non è facile per gli asset manager avere un vantaggio competitivo. Ma alcuni riescono, grazie soprattutto a forti brand, consolidate relazioni con le reti e al fatto che gli investitori sono restii a cambiare.

Sara Silano 21/02/2018 | 09:25

Più competizione, maggior ricerca di prodotti a basso costo da parte degli investitori e nuove normative costringono le case di gestione ad adattarsi a un contesto in rapida evoluzione che genera pressioni sui margini e favorisce il consolidamento all’interno dell’industria.

“Molti gestori attivi, ma anche alcuni passivi, saranno costretti ad aumentare le loro dimensioni per contrastare la riduzione degli introiti commissionali e i minori profitti”, dice Michael Wong, direttore della ricerca azionaria sul settore di Morningstar negli Stati Uniti.

Gli ingredienti del Moat
Quello dell’asset management non è un settore in cui è facile avere un vantaggio competitivo. I fattori che lo determinano sono principalmente i cosiddetti costi di switch (ossia di passaggio a un altro gestore) e i beni intangibili (un forte brand, relazioni consolidate con la rete di vendita, ecc.). I primi possono non essere espliciti, ma per gli investitori cambiare società può comportare una tale incertezza che preferiscono rimanere dove sono. Si stima che il tasso medio di turnover annuo, su più orizzonti temporali, sia intorno al 30% per i fondi a lungo termine (esclusi, cioè i monetari). Questo tipo di “vantaggio” può essere incrementato in vari modi, ad esempio ampliando la gamma o la presenza geografica.

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Info autore

Sara Silano

Sara Silano  è caporedattore di Morningstar in Italia

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