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Caccia all'alpha nelle small cap

Le inefficienze dei titoli delle Pmi possono creare rendimenti interessanti per gli investitori. La strategia più efficace è quella value che, nel lungo periodo, permette di battere anche le blue chip. Il vantaggio competitivo mette in luce la qualità. 

Marco Caprotti 17/02/2016 | 10:18
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La promessa che fanno le small cap agli investitori è importante: la capacità di generare alpha. Ma sono in grado di mantenerla? Sulla carta le possibilità ci sono tutte. Le azioni delle piccole e medie imprese, infatti, hanno due caratteristiche interessanti per chi va a caccia di rendimento (e ha un po’ di coraggio): 1) hanno un buon rapporto fra rischi e rendimenti; 2) le inefficienze a livello di valutazione possono essere sfruttate per cercare buone opportunità di acquisto.

I titoli delle Pmi sono sicuramente più pericolosi di quelli delle blue chip. L’analisi delle categorie Morningstar, ad esempio, mostra che (mediamente) le società presenti nei fondi dedicati alle large cap europee (per fare un esempio) hanno un merito di credito compreso fra tripla A e singola B mentre quelli dedicati alle small e mid cap hanno un rating che va dalla singola B a BBB. Per quanto riguarda gli Stati Uniti, una ricerca di Research Affiliates ha dimostrato che, storicamente, le società presenti nelle categorie small cap (con un giudizio di merito di credito) hanno un tasso di default del 2,38% contro lo 0,01% di quelle contenute nei segmenti dedicati alle blue chip.

Per quanto riguarda le inefficienze di prezzo rispetto alle reali potenzialità del titolo, molto dipende dalla scarsa copertura del segmento da parte degli analisti e, quindi, dalla poca conoscenza che di queste società ha il mercato. Questo crea delle opportunità per gli investitori che si informano di più e che possono mettere in portafoglio gioielli poco conosciuti dal mercato in attesa che anche altri li scoprano per farne crescere le valutazioni. Ma questa opportunità rappresenta anche il maggiore problema delle small cap: può passare molto tempo prima che il mercato si accorga delle potenzialità di una Pmi e nel frattempo gli investitori che ce l’hanno in portafoglio ne subiscono gli alti e bassi quando le piccole vanno in altalena.

Value e momentum
Le due strategie con cui di solito i gestori vanno a caccia di alpha nelle small cap sono quella chiamata value e la momentum.

La prima, in soldoni, prevede di cercare quelle società che sono in grado di creare valore in maniera stabile nel corso del tempo lasciando perdere quelle che hanno tassi di crescita molto forti ma che possono rivelarsi dei fuochi di paglia (le cosiddette growth stock). Studi recenti hanno dimostrato che i portafogli di small cap Usa in cui è stata applicata la strategia value hanno avuto performance migliori (+16,3% mediamente, dal 1967 al 2014) rispetto ai large cap in cui è stato usato lo stesso stile di investimento (13,1%), ma anche nei confronti di quelli dedicati alle Pmi in cui è stata seguita una linea growth (10,6%). Chi ha scelto la strada value per le small cap ha dovuto fare i conti con una volatilità maggiore rispetto a chi ha scelto le blue chip, ma è stato un po’ più tranquillo rispetto a chi ha preferito i titoli Pmi growth.

La strategia chiamata momentum, predilige quei titoli che, di recente, hanno visto una crescita costante delle valutazioni. Una volta identificate, queste azioni di solito continuano a migliorare le valutazioni ancora per qualche tempo. Questa strategia ha dato buoni risultati, in termini di performance, nei confronti delle big cap (+16,2% contro +11,9%).

La qualità
L’ultima tendenza fra i cacciatori di alpha nelle small cap è la ricerca della qualità. Un concetto che nelle aziende di piccole e medie dimensioni, che spesso lavorano in nicchie particolari dell’economia, diventa più impalpabile e difficilmente definibile rispetto alle blue chip (spesso giganti in settori ben conosciuti). Morningstar ha risolto il problema affidandosi all’Economic moat. “Il termine indica la capacità di alcune società di tenere a bada la concorrenza per un lungo periodo di tempo, generando profitti e rendendo valore agli azionisti. Queste caratteristiche si trovano in società che hanno buoni bilanci e sono guidate da un management capace. Soprattutto è importante sapere come i dirigenti investono i soldi. Decisioni di spesa che sono marginali per una grande azienda, diventano di importanza vitale per una Pmi”. 

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.