Il carbone non è spacciato

Le scelte ambientaliste dei paesi sviluppati e della Cina stanno facendo diminuire l’uso del combustibile fossile e i prezzi dei titoli del settore. Ma la richiesta prevista da parte degli altri emerging ha trasformato un tracollo in una opportunità di acquisto. 

Marco Caprotti 29/09/2015 | 14:59
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Non è ancora arrivato il momento per intonare il de profundis al carbone. E’ vero che l’uso di questa materia prima, anche a causa delle politiche ambientaliste, sta diminuendo nei paesi sviluppati. Ed è altrettanto certo che i ritmi di utilizzo in Cina, per gli stessi motivi, non sono più quelli di una volta. Ma, dicono diversi studi, il suo impiego crescerà negli altri paesi emergenti, facendo restare questo combustibile fossile una delle maggiori fonti energetiche a livello mondiale. E facendo risorgere le quotazioni dei titoli del settore.

Secondo l’Energy Outlook 2035 pubblicato a febbraio di quest’anno da BP, fino al 2020-2025 il Paese del drago resterà il primo consumatore mondiale di carbone con 390 Mtoe (milioni di tonnellate di petrolio equivalente, l’unità di misura che si utilizza per calcolare il consumo di carbone) che scenderanno progressivamente nei 10 - 15 anni successivi se Pechino riuscirà a portare avanti le drastiche misure anti inquinamento che sta introducendo.

Nel frattempo, sempre secondo lo stesso rapporto, aumenterà l’utilizzo di coal da parte dell’India e degli altri paesi emergenti asiatici. Una previsione in linea con quella fatta dal Massachusetts Institute of Technology nel suo 2014 Energy Climate Outlook che vede nell’esplosione demografica degli emerging e dei frontier market la ragione per cui molti di loro saranno costretti ad affidarsi a fonte energetiche a basso costo, per quanto inquinanti, nei prossimi 20-30 anni.

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Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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