L’Asia non ha più paura della Fed

Rispetto al 2013, quando la Banca centrale Usa ha annunciato la fine del Qe, ci sono meno possibilità che gli investitori scappino dalla regione. Ecco cosa è cambiato da allora. 

Marco Caprotti 01/07/2015 | 10:38
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Qualcosa è cambiato in Asia rispetto al 2013. Tanto che gli operatori che lavorano sui mercati della regione sono poco preoccupati per il prossimo rialzo dei tassi di interesse americani. Stavolta, dicono, non ci saranno gli effetti pesanti che si sono registrati un anno e mezzo fa, quando gli Stati Uniti hanno annunciato la progressiva riduzione (tapering) delle iniezioni di liquidità (Quantitative easing) con cui hanno cercato di rilanciare l’economia dopo la crisi scatenata dai mutui di scarsa qualità (subprime).

Allora gli investitori hanno pensato che fosse meglio uscire dai mercati considerati a rischio. Secondo i dati di Morningstar, nel solo mese di maggio di quell’anno fra i fondi europei gli azionari Cina hanno accusato disinvestimenti per 905 milioni di euro e l’azionario Asia ex-Japan riscatti per 386 milioni di euro. Da fine anno la maggior parte delle divise della regione (a eccezione di quella coreana e di quella cinese) si erano deprezzate verso quella Usa. Anche i mercati equity non l’avevano presa bene: da maggio a dicembre l’indice Msci Indonesia aveva sottoperformato del 33% il più generale paniere Asia ex Japan, mentre quello della Thailandia aveva frenato del 23% e quello delle Filippine del 18%.

Cosa c’è di nuovo
Se allora il progressivo diradarsi della liquidità sul mercato aveva spinto gli investitori a buttarsi sugli asset più sicuri, questa volta fra gli operatori serpeggia il timore che altre Banche centrali possano mettersi sul sentiero della Fed e abbandonare le politiche monetarie accomodanti o chiudere i rubinetti dove ci sono piani di allentamento monetario in corso. Del resto, anche in passato, i rialzi dei tassi di interesse Usa hanno portato a uno spostamento degli investitori verso asset americani. “Tuttavia, a differenza del passato, compreso il 2013, i livelli di inflazione in Asia sono tali da lasciare la porta aperta a ulteriori manovre accomodanti da parte delle locali banche centrali se necessario”, spiega uno studio firmato da Paul Chan, direttore degli investimenti per l’Asia (ex Japan) di Invesco.

Anche dal punto di vista dei fondamentali, inoltre, l’Asia sembra più solida rispetto a un paio di anni fa. Nel 2013, ad esempio, India, Indonesia e Thailandia avevano a che fare con profondi deficit di bilancio che sono riusciti a ridurre nel corso del tempo. Secondo i dati elaborati dal Goldman Sachs, attualmente otto paesi sui 10 che formano l’area Asia ex Japan hanno una situazione di surplus delle partite correnti.

Le scelte operative
“Le prospettive per il mercato asiatico restano positive, visto che le politiche monetarie sono improntate alla crescita. I rischi di inflazione sono contenuti, grazie alle riforme e ai bassi prezzi delle materie prime”, spiega Chan. “All’interno della regione continuiamo a guardare con interesse all’India dove la politica si sta muovendo verso misure che promuovono il miglioramento economico. Siamo cauti sulla Cina, dove le prospettive di crescita sono più deboli, anche se gli allentamenti monetari della Banca centrale potrebbero spingerci a essere meno prudenti. Per quanto riguarda l’area Asean (Singapore, Malesia, Filippine, Thailandia e Indonesia) bisogna tenere conto delle differenze politiche e congiunturali. In linea di massima siamo positivi su Filippine e Thailandia, meno ottimisti sull’Indonesia e cauti nei confronti di Malesia e Singapore”. 

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.