Non è un'Europa per giovani

L'Ue prende provvedimenti per favorire l'occupazione ma, dicono gli operatori, potrebbe essere tardi. Il nodo resta la crescita economica. Gli investitori, intanto, continuano ad approfittare della debolezza dell'area. 

Marco Caprotti 18/07/2013 | 14:56
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“Il livello di disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli senza precedenti in molti stati membri con grandi costi umani e sociali. È necessaria un’azione urgente”. Se non fosse drammatica, l’ultima dichiarazione del Consiglio europeo, farebbe sorridere. Soprattutto se si accosta la parte in cui si parla di “un’azione urgente” ai dati sull’occupazione di alcuni paesi della regione.

Un esempio è l’Italia dove l’Organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica (Ocse) prevede un peggioramento del tasso dei senza lavoro (vecchi e giovani) al 12,6% nel quarto trimestre del 2014 dal 12,2% dello scorso maggio e contro il 6,2% ante-crisi. Come emerge dall’Employement Outlook, si tratta del sesto peggior dato tra i 34 Paesi aderenti all’Organizzazione oltre ad essere uno dei peggioramenti più marcati tra i Paesi industrializzati rispetto al 2007. Ma è proprio sui giovani che, ancora una volta, l’allarme è massimo. In Italia la percentuale dei 15-24enni inoccupata è cresciuta di 6,1 punti tra il 2007 e la fine del 2012, contro i 4,3 punti della media Ocse e l’aumento è attribuibile essenzialmente ai cosiddetti Neet (Not in education employment or training, così vengono definiti i ragazzi che non sono al lavoro né a scuola), la cui percentuale è aumentata di 5,1 punti al 21,4% della fine del 2012. Si tratta del terzo peggior andamento nell’area Ocse, dopo Grecia e Turchia.

Il contrasto con gli altri paesi industrializzati è impressionante. Altrove, scrivono gli esperti dell’Organizzazione, davanti a difficili prospettive occupazionali i giovani hanno reagito ritardando l'ingresso nel mercato del lavoro e approfondendo gli studi, per cui il tasso dei Neet, nonostante la crisi, è rimasto stabile. Tra i ragazzi italiani è invece aumentata l’inattività totale. Il tasso di occupazione dei 15-24enni in Italia è sceso al 20,5% a fine 2012, il quinto peggior dato nell’Ocse, la metà rispetto alla media dell’area (39,7%), dal 24,7% del 2007 e dal 27,8% del 2000. Il tasso di disoccupazione giovanile è invece balzato dal 20,3% del 2007 al 39,2% del primo trimestre 2013. “L’Unione europea è in grado di affrontare una crisi solo quando questa ha avuto il tempo necessario per fare gravi danni”, spiega Jose Garcia-Zarate, senior fund analyst di Morningstar. “Probabilmente non può fare in altro modo, vista la difficoltà nel far coincidere gli interessi generali dell’area con quelli dei singoli stati che la compongono”.

Cosa fa l’Europa
Stavolta l’Unione fa sul serio? Nel corso del summit di fine giugno gli stati membri hanno deciso di stimolare crescita e lavoro, sbloccando 6 miliardi di euro supplementari da utilizzare nel biennio 2014-2015. A beneficiarne saranno prima di tutto le aree geografiche più svantaggiate. I giovani disoccupati da oltre quattro mesi avranno canali preferenziali per ritrovare un lavoro, seguendo corsi e stage. La formazione continua può essere un investimento soprattutto per quei giovani che non hanno conseguito una laurea. L’obiettivo è comunque dare loro nuovo slancio e speranze evitando derive che possano sfociare in disperazione e violenza. Resta il fatto che la speranza per milioni di giovani europei poggia su qualcosa che, al momento, sembra difficile da realizzare: una solida e continua crescita economica.

Un obiettivo per il quale si è messa in prima linea anche la Banca centrale europea. Ma il campo di battaglia è duro. “L’istituto deve affrontare un’economia dell’area euro ancora molto fiacca con sacche di disoccupazione cronica in tutta la zona”, scrive in una nota Chris Iggo, responsabile degli investimenti fixed income di Axa Investment Managers. “Il settore bancario europeo è ancora fragile, l’austerità fiscale penalizza la fiducia delle famiglie e delle imprese. Inoltre, costruire un’infrastruttura dell’area euro è un processo lento. La debolezza della crescita sosterrà le aspettative che la Bce debba fare ancora di più, pertanto sono numerose le illazioni sui mercati e la stampa riguardo al fatto che la banca decida o no di tagliare ulteriormente i tassi, di avere un tasso di deposito negativo o seguire la stessa tipologia di programmi di acquisto degli asset osservata altrove. Il moderato miglioramento dei dati della regione, comunque, non è assolutamente sufficiente a cambiare la visione dei mercati sullo scenario di crescita”.

Le scelte operative
In un quadro del genere, gli investitori sembrano gli unici in grado di muoversi con una certa sicurezza. “I problemi economici della zona euro stanno creando opportunità per gli operatori di Borsa in quanto possono acquistare società di elevata qualità a buon mercato rispetto al resto del mondo. Solo i modelli di business più robusti riusciranno a sopravvivere negli attuali contesti ostili: le società più forti diventeranno ancora più forti”, spiega uno studio firmato da Nick Davis, gestore del portafoglio azionario europeo di Threadneedle. “Le società del Vecchio continente si concentrano sempre più sui mercati globali e questo le sta aiutando compensando l’impatto delle economie nazionali in difficoltà. I bilanci delle società non finanziarie sono sempre più robusti”. 

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.