L’Africa cambia faccia

Il continente è impegnato in riforme fiscali, lotta all’inflazione e alla disoccupazione. Negli indici, però, sono rappresentati pochi paesi. La fetta più grande spetta al Sudafrica.

Marco Caprotti 18/03/2013 | 10:33
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Non basta dire Africa per investire nel Continente nero. Gli indici che fanno da panieri di riferimento agli strumenti specializzati su questa regione di frontiera, infatti, spesso prendono in considerazione solo una parte dei paesi e degli asset azionari disponibili. Un esempio è il listino S&P Pan Africa che, almeno da quanto dice il nome, dovrebbe comprendere tutta la regione. In realtà, andando a vedere nel dettaglio, si scopre che la nazione più rappresentata è il Sudafrica (82,9% del peso geografico totale) con 138 società. A diverse lunghezze di distanza c’è la Nigeria (5,5%) con 30 aziende rappresentate. Agli altri restano le briciole.

La fotografia scattata da questo paniere è inevitabile, considerando che la missione dell’indice è quella di cercare di catturare almeno l’80-85% della capitalizzazione di mercato di ogni paese e di puntare sulle società più liquide (che, di solito, sono quelle dei paesi più grandi e più stabili).  

L’unione fa il mercato
Ma lo scenario sta cambiando. “Le nazioni africane più piccole, che da sole non sarebbero abbastanza interessanti per le multinazionali e per l’attuazione di grandi progetti, stanno unendo le forze”, spiega uno studio di Thomas White International (Twi). “A questo sono stati uniti processi di riforma fiscale e politiche monetarie. A partire dal 2000 fino ad oggi circa 30 stati africani sono riusciti a sistemare i debiti. L’inflazione è calata mediamente all’8% rispetto al 22% degli anni ’90. Il risultato è che ultimamente il continente nero è stato caratterizzato da un crescente afflusso di capitali, dal calo della disoccupazione, dall’aumento degli investimenti e da una maggiore fiducia da parte degli operatori”.

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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