Una questione di “timing”
Dal 1984 al 2002 lo S&P 500 è cresciuto del 12,2% annuo, contro il 2,6% del fondista medio. Prova che le scelte individuali pesano più del mercato.
Meglio non seguire la massa
È una storia vecchia. Analizzando i flussi di cassa dei fondi comuni italiani, si nota la tendenza dei risparmiatori a sbagliare sempre il “timing” negli investimenti: i capitali entrano nei fondi azionari dopo che questi hanno registrato performance significative dopodiché confluiscono verso i fondi obbligazionari dopo che i mercati azionari sono andati particolarmente male. Ma queste è comunque una tendenza globale; facendo un’analisi storica delle principali bolle finanziarie è evidente che un comportamento unidirezionale della massa d’investitori ha portato a forti rialzi e successivi forti ribassi. Le conseguenze di questo comportamento a livello di performance sono enormi. Prendiamo ad esempio i fondi azionari Usa. Dal 1984 al 2002 l’indice S&P 500 è cresciuto del 793%, il 12,2% su base annua, mentre il rendimento del fondista medio è stato solo del 62,2% ossia il 2,6% su base annua. Se ne deduce quindi che il rendimento dell’investimento dipende molto più dal comportamento dell’investitore che dall’andamento del fondo scelto o dai mercati (dati “sentimentcharts”).
Alcuni consigli
Certo, sfuggire all’ansia e ragionare a mente fredda non è facile, specie quando si tratta del proprio benessere finanziario. Ma allora come fare? “Quando arriva il panico, gli investitori tendono a liquidare tutta la loro parte azionaria”, spiega Christine Benz, responsabile della sezione Finanza personale di Morningstar. “In realtà, come l’evidenza empirica, chi ha mantenuto la propria esposizione azionaria durante la crisi 2008 ha in media recuperato le perdite e anche guadagnato nei tre anni successivi. Questo è un ottimo esempio per far capire agli investitori le conseguenze delle proprie decisioni”.
Questo, però, non significa che bisogna per forza vedere il propri titoli perdere valore senza fare assolutamente niente nel mentre. “Penso che per prima cosa si possa analizzare i costi e controllare se si stia pagando troppo i propri investimenti”, prosegue Christine Benz; “se poi si decide di diminuire l’esposizone azionaria è sempre meglio farlo gradualmente, in modo da poter verificare le conseguenze ed essere in tempo qualora si decidesse di tornare sui propri passi”. Anche se il ribilanciamento periodo della propria asset allocation è parte integrante dell’investimento a lungo termine, nei momenti di volatilità estrema come quello attuale è forse meglio aspettare una calma maggiore, prima di prendere decisioni radicali.
Quello “scudo” che non c’è
Insomma, scappare e rifugiarsi in qualche fantomatico “porto sicuro”, come l’oro, non sembra la scelta migliore. Anzi, è stata proprio questa corsa che ha gonfiato i prezzi di alcune asset class, rendendole molto fragili ed esposti agli umori del mercato. Pensare di poter parcheggiare la propria liquidità in beni privi di rischio fino a quando le acque si sono calmate è un’illusione. Coloro che investono sull’oro (così come sul debito governativo Usa, sullo yen o sul franco svizzero) devono essere consapevoli che stanno investendo in beni rischiosi ed esposti ai movimenti di mercato.
Schiavi delle emozioni
Il grafico mette in relazione i flussi di cassa netti dei fondi della categoria Morningstar Azionari Eurozona Large-cap con la performance dello stesso mercato negli ultimi 5 anni. Dati in euro al 31 luglio. Si nota come gli investitori seguano l’andamento del mercato: vi sono infatti flussi in entrata dopo un rally e flussi in uscita dopo un periodo di ribassi. In questo modo, la maggior parte degli investitori entra sui massimi ed esce sui minimi.
Fonte: Morningstar Direct.
*Questo articolo è stato pubblicato su Tuttofondi in data 17 settembre 2011






