Pensioni, cosa cambia dal 2010
A gennaio entrano in vigore i nuovi coefficienti. Si allunga la vita lavorativa per le donne del pubblico impiego.
Dal primo gennaio 2010 partiranno due importanti riforme in campo previdenziale. La prima prevede l’entrata in vigore dei nuovi coefficienti di calcolo, la seconda riguarda il graduale innalzamento della vita lavorativa delle donne italiane impiegate presso la pubblica amministrazione (dal 2015 dovrebbe esserci un leggero innalzamento anche per gli uomini, in modo da arrivare al 2018 con una parità di trattamento).
Le due riforme agiscono in senso opposto. Una taglia le rendite e l’altra, obbligando a lavorare più a lungo, accresce il montante. Le due, però, non si bilanciano perfettamente. La prima pesa più della seconda. In pratica si arriverà alla pensione più tardi e con un assegno più basso.
La riforma dei coefficienti riguarda i lavoratori la cui pensione rientra interamente nel sistema contributivo (cioè commisurato alle retribuzioni versate durante la vita lavorativa) o in quello misto (un mix tra contributivo e retributivo). In pratica, la stragrande maggioranza dei lavoratori.
Per questo tipo di soggetti, secondo una ricerca realizzata da Progetica, le perdite andranno dal 3 al 20% dal 2010 al 2050. I più penalizzati saranno gli autonomi; ciò dipende dal fatto che versando di meno (il 20% contro il 33% dei dipendenti) accumulano un montante inferiore per il calcolo della quota contributiva. Per i dipendenti, invece, le cose cambiano a seconda del reddito. I lavoratori dipendenti rientranti nel sistema misto con un reddito annuale medio-alto, infatti, saranno soggetti a un trattamento più generoso. Questo si spiega con il fatto che sulla parte di retribuzione rientrante nel sistema contributivo superiore al tetto di 42.069 euro, la capitalizzazione del montante non risente della riduzione dei rendimenti (presente invece nella formula retributiva).
L’altra novità riguarda l’aumento graduale (a partire dal primo gennaio) dell’età pensionabile delle donne che lavorano nel pubblico impego. È questa la prima tappa di un percorso che porterà, nel 2018, ad andare in pensione di vecchiaia con almeno 65 anni di età, esattamente come i propri colleghi. La logica è evitare un’innalzamento repentino dall’oggi al domani. Questa soluzione è stata adottata per dare esecuzione a una sentenza della Corte di giustizia europea del novembre 2008, che aveva giudicato l’Italia inadempiente al principio di parità di retribuzione tra lavoratori e lavoratrici.
Insomma, lo scenario che si prospetta spinge sempre più lavoratori a doversi preoccupare di integrare l’assegno pubblico con una qualche forma di previdenza complementare, che sia, è sempre bene ricordarlo, adatta al profilo di rischio dell’investitore e all’orizzonte di lungo periodo.
Le due riforme agiscono in senso opposto. Una taglia le rendite e l’altra, obbligando a lavorare più a lungo, accresce il montante. Le due, però, non si bilanciano perfettamente. La prima pesa più della seconda. In pratica si arriverà alla pensione più tardi e con un assegno più basso.
La riforma dei coefficienti riguarda i lavoratori la cui pensione rientra interamente nel sistema contributivo (cioè commisurato alle retribuzioni versate durante la vita lavorativa) o in quello misto (un mix tra contributivo e retributivo). In pratica, la stragrande maggioranza dei lavoratori.
Per questo tipo di soggetti, secondo una ricerca realizzata da Progetica, le perdite andranno dal 3 al 20% dal 2010 al 2050. I più penalizzati saranno gli autonomi; ciò dipende dal fatto che versando di meno (il 20% contro il 33% dei dipendenti) accumulano un montante inferiore per il calcolo della quota contributiva. Per i dipendenti, invece, le cose cambiano a seconda del reddito. I lavoratori dipendenti rientranti nel sistema misto con un reddito annuale medio-alto, infatti, saranno soggetti a un trattamento più generoso. Questo si spiega con il fatto che sulla parte di retribuzione rientrante nel sistema contributivo superiore al tetto di 42.069 euro, la capitalizzazione del montante non risente della riduzione dei rendimenti (presente invece nella formula retributiva).
L’altra novità riguarda l’aumento graduale (a partire dal primo gennaio) dell’età pensionabile delle donne che lavorano nel pubblico impego. È questa la prima tappa di un percorso che porterà, nel 2018, ad andare in pensione di vecchiaia con almeno 65 anni di età, esattamente come i propri colleghi. La logica è evitare un’innalzamento repentino dall’oggi al domani. Questa soluzione è stata adottata per dare esecuzione a una sentenza della Corte di giustizia europea del novembre 2008, che aveva giudicato l’Italia inadempiente al principio di parità di retribuzione tra lavoratori e lavoratrici.
Insomma, lo scenario che si prospetta spinge sempre più lavoratori a doversi preoccupare di integrare l’assegno pubblico con una qualche forma di previdenza complementare, che sia, è sempre bene ricordarlo, adatta al profilo di rischio dell’investitore e all’orizzonte di lungo periodo.





