E' sviluppato ma non soffre. Allora è Cassh

Canada, Australia, Singapore, Svizzera e Hong Kong, dicono gli operatori, danno le sicurezze dei mercati più evoluti e non hanno paura dei debiti.

Marco Caprotti 29/11/2011 | 16:27

Dopo Bric (Brasile, Russia, India e Cina) e Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna), adesso nel vocabolario finanziario entra un nuovo acronimo: Cassh. Con questo termine gli operatori indicano Canada, Australia, Singapore, Svizzera e Hong Kong: tutti paesi sviluppati che, però, non hanno i problemi dei mercati più evoluti classici. Non camminano sul filo della recessione come gli Stati Uniti (anche se gli ultimi dati americani sembrano allontanare questa possibilità), non sono alle prese con la crisi del debito come il Vecchio continente (il quale peraltro potrebbe entrare in una fase di ristagno nel 2012) e, a differenza del Giappone, non devono fare i conti con il rallentamento delle altre due macro-regioni (che rappresentano i principali mercati di sbocco per le merci del Sol levante).

Arrivano i Cassh
Gli operatori, tuttavia, sembrano aver dimenticato che i mercati più evoluti del mondo (soprattutto dal punto di vista finanziario) non sono solo Usa, Europa e Giappone. “Ci sono zone piccole ed ugualmente sviluppate che sono più in salute”, spiega uno studio firmato da Russ Koesterich, responsabile della strategia di investimento di iShares. “Alcuni di questi stati hanno minori problemi di debito e buone prospettive di crescita. Nel dettaglio, stati come Canada, Australia, Singapore, Svizzera e Hong Kong dal punto di vista dei fondamentali appaiono più forti di tante altre zone sviluppate”. Per identificare questi asset di investimento l’operatore ha coniato l’acronimo Cassh (che si va ad affiancare agli ormai celeberrimi Bric e Piigs inventati da altre banche d’affari).

Bisogna sottolineare, comunque, che le prospettive di crescita e gli scarsi debiti da soli non sono in grado di promettere rendimenti interessanti. “La questione cambia se aggiungiamo all’elenco i buoni fondamentali e il fatto che in questi paesi sono presenti aziende che lavorano in quei settori dove al momento, in Usa, Europa e Giappone si vedono i profitti migliori”, precisa Koesterich. Secondo iShares, mentre la crescita globale nel 2012 non mostrerà significative variazioni rispetto a quest’anno, i paesi Cassh viaggeranno comunque a ritmo più sostenuto delle zone più grandi. “Hong Kong e Singapore mostreranno miglioramenti del 5%”, dice il report. “Poco dietro si piazzerà l’Australia che continuerà a beneficiare della domanda di materie prime da parte della Cina. In generale tutti questi stati avranno un progresso medio del 3,5% contro quello minore del 2% atteso per Usa, Europa e Giappone. Le previsioni possono sempre essere soggette ad errori, ma è un fatto che gli stati Cassh hanno minori possibilità di essere frenati dai problemi di deficit (l’1% del Pil nel 2010 contro il 7,5% medio delle zone sviluppate classiche)”. Secondo il Ministero delle finanze canadese, ad esempio, il rosso del paese nordamericano nel periodo 2012-2013 dovrebbe diminuire di due terzi rispetto al 2009-2010 per poi arrivare a un surplus di oltre 4 miliardi di dollari (Usa) nel 2015-2016. I numeri dicono che i paesi Cassh sono interessanti anche dal punto di vista dei rendimenti aziendali. “Utilizzando il sistema di calcolo del Return on equity (Roe, una misura della profittabilità, Ndr) vediamo che si va dal 43% nel caso della Svizzera al 14,5% del Canada. La media è del 24% contro il 20% del resto del mondo”, continuano da iShares.

I limiti
Non sono però solo rose e fiori. Questi paesi rappresentano una piccola frazione degli indici globali come l’Msci. In generale, poi, vengono considerati mercati esotici che non vengono presi in considerazione quando si cercano asset di difesa. Inoltre – e questo è vero soprattutto per Singapore ed Hong Kong – possono essere percepiti come zone emergenti. Infine, i titoli di questi paesi possono soffrire per il fatto di essere conosciuti solo dagli investitori locali che sono comunque pochi rispetto a quelli, per esempio, americani o europei. “Detto questo bisogna anche sottolineare che le crisi arrivano sempre da Usa Europa o Giappone, piuttosto che dai paesi Cassh”, conclude lo studio di Koesterich. “Questi, nel lungo periodo possono rappresentare una scelta prudente per limitare l’esposizione del portafoglio alle zone più rischiose migliorando al contempo la diversificazione”.

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Info autore Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.