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Oltre il Pil, l’ambiente e la società

Feem ha presentato il rapporto annuale sul proprio indice relativo allo sviluppo sostenibile.

Valerio Baselli 11/12/2009 | 10:59
La speciale classifica stilata dalla Feem (Fondazione Eni Enrico Mattei) basata sull’indice di sostenibilità, calcolato per 40 regioni che insieme formano l’economia mondiale, vede primeggiare la Svezia, seguita da Finlandia e Canada. Subito sotto il podio si trovano Regno Unito, Austria, Svizzera, Francia, Norvegia, Giappone (unico Paese non europeo nella top ten assieme al Canada) e Germania. L’Italia è al quindicesimo posto. Rispetto agli altri Stati europei, la performance italiana supera solo quelle di Spagna, Portogallo, Grecia e Paesi dell’Est. L’ultimo gradino è occupato dall’Africa.

L’indice di sostenibilità creato dai ricercatori della Fondazione è composto da tre indicatori: la componente economica (Prodotto interno lordo, spesa per consumo e spesa per ricerca e sviluppo), la componente sociale (tasso di crescita della popolazione, quota di energia pro-capite, spesa in assicurazioni e pensioni, spesa pubblica in istruzione, spesa sanitaria privata e pubblica) e la componente ambientale (emissioni di gas serra pro-capite, energia pulita, importazioni di energia, uso delle risorse idriche rinnovabili, ecc.). L’indice è quindi un parametro aggregato che permette di valutare in modo immediato la performance di diversi Paesi e di creare una classifica mondiale della sostenibilità, facendo anche previsioni per il futuro.

Il deludente risultato dell’Italia è dovuto soprattutto alla componente ambientale (è al ventiseiesimo posto). La componente sociale è invece quella in cui ottiene i risultati migliori (principalmente grazie all’elevata spesa pubblica), seguita a breve distanza da quella economica.

In generale si può affermare che i Paesi europei avanzati occupino i primi posti nella classifica. Da notare il sedicesimo posto degli Usa, nonostante siano il Paese più ricco al mondo in termini produttivi. Cina (37esimo posto) e India (39esimo) pagano la bassa qualità della dimensione sociale e ambientale, pur avendo registrato negli ultimi anni tassi di crescita elevati.

Proiettando l’indice nel futuro (le previsioni vanno fino al 2020), la classifica non subisce grossi cambiamenti, a parte il passo avanti del Giappone e lo scivolone della Spagna. Ovviamente, la previsione è valida solo nel caso in cui non intervengano cambiamenti nelle politiche di sviluppo degli Stati. Questo vale specialmente per i Paesi emergenti, dove nuove strategie potrebbero avere un forte impatto. Il tema è attualissimo anche alla luce della conferenza sul clima di Copenhagen.

“Ci sono due scuole di pensiero fra gli economisti”, ha dichiarato Bernardo Bortolotti, presidente della Fondazione, nel corso del proprio intervento introduttivo. “C’è chi pensa che l’attuale crisi sia un incidente di percorso e chi invece pensa che sia un elemento dirompente, che ci spinge verso una nuova concezione dell’economia. Una concezione che guardi allo sviluppo sostenibile e che sposti l’attenzione dal Pil ad altri indicatori”.

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Info autore Valerio Baselli

Valerio Baselli  è Redattore di Morningstar in Italia