La guerra dei dazi deve far preoccupare l’hi-tech?

La decisione di Trump di impedire a Huawei di fare affari con aziende americane mette nei guai anche le società Usa. Ma, dicono gli analisti di Morningstar, potrebbe essere solo uno strumento di pressione di breve termine.

Marco Caprotti 04/06/2019 | 15:54
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La guerra dei dazi fra Stati Uniti e Cina prende una piega da spy story e i titoli tecnologici iniziano a tremare. L’evoluzione è arrivata con un comunicato del Dipartimento Usa del commercio che ha inserito il colosso cinese della telefonia, Huawei, nella lista delle società che non possono fare affari con gli Usa. Il motivo, spiegato nel documento, è che “ci sono ragionevoli motivi per credere che Huawei sia coinvolta in attività contrarie alla sicurezza nazionale o agli interessi all’estero degli Stati Uniti”.

Il risultato è stato che società come Google, Qualcomm, Broadcom, Intel, Xilinx, Qorvo, and Analog Devices hanno smesso di fornire alla società di telefonia cinese i loro servizi e i loro prodotti tecnologici. “Noi abbiamo deciso di lasciare invariati i fair value delle società che copriamo, soprattutto nel settore dei chipmaker”, spiega Brian Colello, direttore della ricerca su tecnologia, media e Tlc di Morningstar Research Services LLC. “Le nostre valutazioni prendono in considerazione il fatto che il bando di Huawei sarà usato come strumento di pressione di breve termine nei negoziati con la Cina per la questione dei dazi. I nostri modelli di calcolo assumono che il bando non durerà a lungo perché sarebbe deleterio per le società hi-tech sia in Cina che negli Usa a causa delle forti interconnessioni che ci sono nel settore”.

La Cina risponde
Nel frattempo, in Cina, la Commissione per le tariffe doganali del Consiglio di stato, ha annunciato l’aumento delle tariffe al 25%, al 20% e al 10% su una lista di prodotti del valore complessivo di sessanta miliardi di dollari, mentre la tariffazione al 5% già applicata su alcune categorie di prodotti rimane inalterata. I dazi cinesi interessano oltre la metà di una lista di 5.410 prodotti presi di mira in risposta alle misure americane. Sullo stesso ammontare di prodotti, erano state precedentemente applicate tariffe del 5% e del 10%. Al momento non sono in programma ulteriori colloqui (ma qualcosa potrebbe accadere durante il G20 previsto per fine giugno in Giappone), dopo quelli terminati il 10 maggio, stesso giorno dell’annuncio dell’innalzamento delle tariffe Usa (leggi qui per un approfondimento).

Il Ministero del commercio di Pechino, intanto, ha annunciato la creazione di una propria lista nera di aziende straniere che danneggiano i diritti e gli interessi delle imprese cinesi, non rispettando le regole del mercato o deviando da accordi presi.

“Gli effetti indiretti della questione Huawei potrebbero pesare sulle società hi-tech americano nel breve termine, mentre i negoziati sono in stallo. E anche più a lungo se non dovesse arrivare un accordo in fretta” spiega Colello. “Ad esempio, le operazioni in Cina di Apple potrebbero soffrire un po’ se i consumatori cinesi non dovessero più acquistare prodotti americani. Ma la situazione peggiorerebbe decisamente se Pechino decidesse di vietare al gruppo Usa di produrre nel paese asiatico dove Apple ha realizzato il 20% delle sue revenue nel 2018”.

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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