Il crollo delle criptovalute non sotterra il blockchain

Le monete virtuali, dopo la corsa iniziale, hanno dimostrato di essere un fuoco di paglia. Il sistema di gestione dei dati, invece, deve ancora far vedere tutte le sue potenzialità. E i venture capitalist continuano a puntarci.

Marco Caprotti 08/05/2019 | 09:45

Meglio non confondere criptovalute e blockchain. Mentre le prime nel corso degli anni hanno dimostrato tutta la loro natura di bolla speculativa, il secondo continua a promettere di essere una tecnologia disruptive in grado di cambiare il modo in cui le persone vivono.

I numeri
Il Bitcoin (la divisa virtuale più famosa) oggi ha un valore di circa 6mila dollari. Una quotazione ben lontana dai massimi storici di oltre 20mila dollari toccati il 17 dicembre 2017 e dalla quale si è allontanata in mezzo a forti scossoni.  

Andamento Bitcoin da 17 dicembre 2017 a 7 maggio 2019
bitcoin

Fonte: CoinMarketCap

Secondo i dati elaborati da Pitchbook, l’interesse delle società di venture capital nei confronti delle aziende che si occupano di blockchain è cresciuto costantemente. Dal 2012 al 2017, gli investimenti dei venture capitalist nel settore sono passati da 14 milioni di dollari a 628 milioni. Dopo una fase di rallentamento nel 2018 (dovuta anche al crash delle criptovalute), il trend sembra essere ripreso: da inizio anno (fino a fine febbraio) nel segmento sono già stati versati 108 milioni di dollari. “La tecnologia che alla base del blockchain mantiene la sua integrità e promette di cambiare il modo in cui nel mondo si raccolgono, si ordinano e si accede alle informazioni, anche nei paesi soggetti a censura e a un forte controllo autoritario”, spiega un report di Pitchbook. “Nel frattempo dovrà cercare di scrollarsi di dosso una certa cattiva reputazione. Il problema, qui, è che alcune delle tecnologie più promettenti utilizzano procedure che all’inizio venivano impiegate dalle monete virtuali. Il crollo delle criptovalute, insomma, non ha giovato alla causa del blockchain”.

Il contratto intelligente
Ma qual è la differenza fra blockchain e criptovaluta? Probabilmente la definizione migliore per il primo tipo di tecnologia è quella di sistema di gestione dei dati che permette di concludere degli smart contract (contratti intelligente). Il Bitcoin, alla fine, è solo un mezzo di pagamento. Il blockchain è, invece, qualcosa di più utile. La trasparenza e l’irrevocabilità di uno smart contract, ad esempio, assicurano che tutte le parti coinvolte in una transazione sappiano esattamente quali siano i termini dell’affare e impediscono che un partecipante disonesto possa cambiare qualche clausola. E poiché il contratto diventa automaticamente esecutivo non ci sono possibilità che una delle parti possa non adempiere ai suoi obblighi. “Per fare un esempio: oggi è difficile entrare in un appartamento nel momento stesso in cui si è firmato il contratto d’affitto. Se non altro, perché bisogna aspettare di avere fisicamente le chiavi in mano. In questo lasso di tempo può succedere di tutto. Fra 10 anni, invece, grazie ai dati contenuti nel blockchain e a una chiave elettronica scannerizzabile attraverso un codice QR l’affittuario otterrà subito l’accesso alla casa e il proprietario avrà immediatamente i soldi”, spiega il report. Su più larga scala, il sistema può essere utilizzato per le transazioni in commodity.

C’è poi quello che viene chiamato l’oracle problem. In parole povere (e sempre restando sull’esempio dell’appartamento): per far arrivare le chiavi elettroniche all’affittuario per permettergli di entrare in casa, lo smart contract deve verificare in tempo reale che gli spazi siano pronti per essere abitati e che non ci siano impedimenti fisici all’ingresso (per esempio un ascensore bloccato). Informazioni che è difficile ottenere e inserire immediatamente.  

Per risolvere i problemi dei dati, 21 membri dell’Unione europea (più la Norvegia) ad aprile dell’anno scorso hanno formato la European Blockchain Partnership. Questa iniziativa ha la missione di identificare le opportunità per inserire la tecnologia nella vita di tutti i giorni delle persone sia per quanto riguarda il settore privato che quello pubblico. In questa direzione va la decisione dell’Italia (formalizzata il 14 febbraio) di riconoscere agli smart contract la validità legale di quelli tradizionali. Il trend non è sfuggito al mercato. Di recente la società Symbiont, specializzata nello sviluppo di smart contract per le imprese, ha ottenuto un finanziamento da 20 milioni di dollari dal venture capitalist, Nasdaq Ventures.

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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