Dazi, la guerra che non conviene a Pechino

La tregua con gli Usa sulle tariffe, dicono gli analisti di Morningstar, è molto debole. Il crollo dei commerci impedirebbe alla Cina la transizione verso il tanto ambito modello economico basato sui consumi. Da solo, Pechino non avrebbe mezzi a disposizione per difenderlo. 

Marco Caprotti 19/12/2018 | 10:13

Più che una tregua, quella fra Stati Uniti e Cina sugli accordi commerciali, assomiglia a una pace armata. E questo al netto dell’arresto in Canada della direttrice finanziaria del colosso telefonico cinese Huawei, accusata di spionaggio (e di cui gli Usa hanno chiesto l’estradizione), che ha fatto di nuovo alzare la temperatura fra le due potenze commerciali.

Nell’incontro tra le delegazioni dei due paesi, tenuto a margine dell’ultimo G20, l’America ha confermato che non aumenterà i dazi dal 10 al 25% su 200 miliardi di dollari di merci cinesi dal 1 gennaio 2019, mentre da parte cinese ci sarebbe un vago impegno a importare quantità considerevoli di prodotti agricoli, petrolio, gas e beni industriali per ridurre il surplus commerciale con gli Stati Uniti.

Qualcosa non torna
Ci sono però alcuni punti che lasciano perplessi i mercati. La tregua è stata concordata per soli tre mesi, durante i quali andranno fatti progressi nell'ambito della proprietà intellettuale e dei trasferimenti forzati di tecnologia (in sostanza, la concessione di appalti e permessi in Cina solo in cambio di conoscenze e competenze tecnologiche).

Sebbene l'accordo rappresenti un passo in avanti, non implica quindi la fine delle tensioni commerciali tra i due paesi. “Il mercato si è mostrato, a ragione, scettico sull’intesa di tregua commerciale tra Stati Uniti e Cina”, spiega Stephen Ellis, analista di Morningstar. “Crediamo che il mercato sia scettico per tre ragioni principali. Innanzitutto, se si leggono i documenti preparati dalle delegazioni di Cina e Stati Uniti dopo il summit, non c’è molto accordo tra i due. Gli Stati Uniti hanno chiesto alla Cina di aumentare immediatamente gli acquisti di prodotti agricoli, ma la dichiarazione preparata dagli uomini di Pechino non dice nulla al riguardo. Allo stesso modo, la dichiarazione della Cina dice che gli Usa rispetteranno la politica della One China (quella che considera la Repubblica popolare cinese come l’unica vera Cina, escludendo Taiwan, Ndr), mentre la dichiarazione degli Stati Uniti non afferma nulla al riguardo. Tutto questo crea molta confusione su ciò che è necessario affinché questo tipo di accordo abbia successo”.

Ci sono poi scelte che lasciano perplessi gli osservatori. Come quella di Robert Lighthizer in qualità di nuovo capo negoziatore Usa per i rapporti commerciali tra i due paesi. “E’ un politico che ha avuto una linea dura con la Cina in passato e, pertanto, ci vorrà del tempo perché Pechino si abitui a trattare con un negoziatore che potrebbe, di nuovo, avere un atteggiamento ostile”, dice Ellis. Ci sono, infine, le questioni fondamentali in gioco in termini di proprietà intellettuale. “Il trasferimento tecnologico, la politica industriale, il Made in China e la cyber war sono questioni che sono andate avanti da anni e, sicuramente, sono estremamente complicate. Risolverle in 90 giorni pare estremamente irrealistico”, dice Ellis.

Perché la Cina può rimetterci
Quello che pare certo è che alla Cina una guerra commerciale non convenga. “Il paese sta continuando nel tentativo di ribilanciare la propria economia da un modello basato sugli investimenti a uno fondato sui consumi interni”, spiega Preston Caldwell del Morningstar China Economics Committee. “Il processo però è lento perché i consumatori cinesi sono fortemente indebitati”. Non è un caso che i grafici mostrino un rallentamento nei consumi delle famiglie cinesi (vedi sotto).

Andamento consumi famiglie cinesi
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Fonte: elaborazione Morningstar

“La situazione per il momento è fluida, ma un collasso nei commerci anche solo simile a quello che si è visto dopo la crisi del 2008 non sarebbe gestibile dal paese asiatico questa volta”, dice Caldwell. “Con un rapporto debito/Pil del 261%, un aumento degli investimenti statali per compensare la situazione è fuori questione. Siamo convinti che il paese possa continuare a viaggiare verso un graduale ribilanciamento della sua economia. Ma è escluso che i consumatori cinesi siano in grado di sopportare il cocktail formato dal rallentamento degli investimento e da minori esportazioni che sarebbe tossico per tutta l’economia del paese emergente”. 

Rapporto debito/Pil della Cina
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Fonte: elaborazione Morningstar

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.