VIDEO: Previdenza, serve più flessibilità

Danilo Verdecanna (SSGA) spiega come le dinamiche dei sistemi previdenziali dei paesi avanzati diventino sempre più complesse, in particolare in Italia.La riforma Fornero va nella giusta direzione, ma occorre più elasticità in uscita e un forte sviluppo del secondo pilastro.

Valerio Baselli 12/07/2018 | 10:21

 

Valerio Baselli: Buongiorno e benvenuti. Sono Valerio Baselli, oggi mi trovo in compagnia di Danilo Verdecanna, responsabile per l’Italia di State Street Global Advisors. Danilo buongiorno e grazie.

Danilo Verdecanna: Buongiorno, grazie a te.

Baselli: Dunque, State Street ha recentemente pubblicato uno studio approfondito, a livello globale, sulle sfide che i sistemi pensionistici dei principali paesi devono e dovranno affrontare, delineando anche alcune linee guida che secondo voi dovrebbero essere seguite per renderli più sostenibili nel lungo periodo. Quali sono i risultati principali di quest’analisi?

Verdecanna: La complessità dei sistemi previdenziali ed economici sta aumentando. In Italia, nel 1985, l’aspettativa di vita alla nascita era di 76 anni, attualmente è di 84. Otto anni in più, il 10% in più. Se ci spostiamo in un altro paese, lontano dall’Italia ma sempre avanzato, gli Stati Uniti, attualmente l’aspettativa di vita è di 80 anni, 4 anni in meno. Grande complessità e grande eterogeneità. Come devono rispondere i sistemi previdenziali? Aggiungendo flessibilità. Come dicevi tu, SSGA ha sviluppato questa ricerca per cercare di fornire delle linee guida per rendere questi sistemi un po’ più sostenibili nel medio lungo periodo.

Prima raccomandazione, più flessibilità, quindi magari abrogazione dell’età pensionabile obbligatoria, cioè non costringere le persone ad andare in pensione se vogliono continuare a lavorare. Secondo, incorporazione all’interno del sistema previdenziale di quelli che sono i diversi livelli di reddito, mi riferisco in particolare ai redditi più bassi, magari a quelle persone che hanno cominciato a lavorare molto presto, che fanno lavori usuranti; per queste persone il diritto alla pensione non dovrebbe maturare in funzione dell’età, ma dei contributi versati.

Terzo suggerimento, l’incentivo al risparmio, molto importante, che si collega a uno sviluppo forte della previdenza complementare. Quarto punto, avere dei comparti, sia nella previdenza di primo pilastro che di secondo, che possano accompagnare il lavoratore durante il suo ciclo lavorativo, onde evitare che un lavoratore magari di età avanzata si trovi all’interno della propria linea d’investimento pensionistica molto rischio, quindi poco compatibile con la sua situazione anagrafica.

Baselli: Ecco, prendiamo il caso italiano. Dagli anni ’90 in poi, nel nostro paese si sono susseguite numerose riforme previdenziali, ultima la riforma Fornero. Come giudicate la situazione italiana, anche alla luce dei parametri presi in considerazione nel vostro studio? E quali sono eventualmente i punti da cambiare?

Verdecanna: L’Italia si trova in una situazione particolare, perché ha delle dinamiche simili a quelle di altri paesi, ma più intense e quindi più pericolose. La prima è l’allungamento della vita e una popolazione che invecchia, la seconda è un accesso al mercato del lavoro tardivo, terzo è che non c’è crescita della popolazione; nel 2015 la popolazione italiana è diminuita dello 0,1%. Quindi, tutta una serie di dinamiche che sono totalmente opposte a quelle che dovrebbero essere le dinamiche che governano una previdenza sostenibile.

La riforma Fornero ha cercato di affrontare questi problemi. Devo dire che dal punto di vista direzionale è anche corretta, l’introduzione della contribuzione definita, più contribuisci più la tua pensione sarà elevata, l’adeguamento dell’età pensionabile all’aspettativa di vita. Se viviamo di più, dobbiamo lavorare di più. Secondo me, potrebbe essere rivista sulla fissazione dell’età pensionabile, che vale per tutti, attualmente 66 anni e 7 mesi per gli uomini, 65 anni per le donne. In questo caso una maggiore flessibilità potrebbe essere opportuna, ovviamente compatibilmente con quelli che sono i limiti del bilancio della Stato.

Baselli: Per chiudere, in Italia le forme di previdenza integrativa stentano a decollare. Secondo la Covip, attualmente all’incirca un lavoratore italiano su quattro ha una qualche forma di pensione di scorta. Come si potrebbe rendere i fondi pensioni più appetibili?

Verdecanna: Considerando le dinamiche che abbiamo elencato prima, lo sviluppo del secondo pilastro è cruciale. Abbiamo sviluppato una ricerca ad hoc, a fine 2017, sul mercato previdenziale italiano dove abbiamo coinvolto aderenti, investitori, fondi pensione negoziali e li abbiamo interrogati chiedendo come sarebbe possibile migliorare questo sistema per renderlo più solido. La prima risposta è stata quella del auto-enrolment, l’auto iscrizione. Se si iscrivono automaticamente i lavoratori all’interno della previdenza complementare ovviamente il tasso d’iscrizione aumenta. Secondo, è il solito discorso che riguarda l’educazione finanziaria, lavorare sulla consapevolezza del lavoratore. Molti credono che con la pensione di primo pilastro potranno mantenere inalterato il loro potere d’acquisto, altri fanno affidamento al quel cuscino che spesso è la seconda casa.

Terzo punto, importantissimo, è che i fondi negoziali in Italia spesso vengono percepiti erroneamente come molto costosi. Al contrario, i fondi pensione negoziali sono lo strumento di previdenza più economico che ci sia in Italia. Infine, bisognerebbe intervenire anche su quel piccolo conflitto d’interessi che coinvolge le piccole medie imprese, che sono poco incentivate a spingere i propri lavoratori verso soluzioni di previdenza complementare, perché è lì che va a confluire il Tfr, che attualmente rappresenta una delle poche forme di autofinanziamento per le Pmi.

Baselli: Grazie a Danilo Verdecanna.

Verdecanna: Grazie a voi.

Baselli: Per Morningstar, Valerio Baselli, grazie per l’attenzione.

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Info autore

Valerio Baselli

Valerio Baselli  è Giornalista di Morningstar in Francia e Italia.