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Il petrolio fa i conti anche con i problemi del Venezuela

L’imprevisto calo di estrazione da parte del paese sudamericano potrebbe sostenere i prezzi. Ma, dicono, gli analisti di Morningstar, è meglio non togliere gli occhi da Opec e Usa.

Marco Caprotti 13/02/2018 | 11:20

Il Venezuela potrebbe rimescolare le carte sul tavolo del petrolio e far fregare le mani agli investitori. Bisognerà vedere, però, come hanno intenzione di giocare altri due player: l’Opec e l’America con il suo shale oil.

La produzione di oro nero da parte del paese Latam è calata del 14% nel 2017. Una frenata che gli esperti del settore non si aspettavano e rimette in discussione le previsioni sulle riserve mondiali.

Estrazione petrolio venezuelano vs previsioni
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Le ragioni di questo shortage sono principalmente due: il calo del prezzo della materia prima e le sanzioni imposte dagli Usa. Le conseguenze di questi fattori sono state diverse. Ad esempio, la difficoltà nel finanziare lo sviluppo di nuovi progetti di espolarazione. Oppure l’impossibilità di mantenere efficienti gli impianti di trasporto e di raffinazione. O anche i problemi nel pagare i fornitori di servizi. Ci sono, inoltre, ostacoli nell’importare il cosiddetto diluent oil, petrolio più leggero di quello venezuelano al quale viene mischiato per agevolarne il trasporto. “La buona notizia è che il calo di produzione non è dovuto a motivi geologici come un impoverimento delle riserve”, spiega  Dave Meats, senior analyst di Morningstar specializzato nel settore energy.

Occhio all’Opec
In questa situazione, gli investitori non devono perdere di vista l’Opec. Il cartello dei paesi produttori, l’anno scorso, ha deciso di rallentare la produzione (portandola a circa 32 milioni di barili al giorno) per dare una spinta alle valutazioni del barile. Risoluzioni simili sono state prese anche in passato, ma non sempre tutti i membri dell’organizzazione hanno rispettato i limiti che si erano imposti. “Questa volta alcuni stati che fanno parte del cartello sembrano più disciplinati”, spiega l’analista. “Ma una ripresa sostanuta dei prezzi potrebbe spingere qualcuno a muoversi per conto proprio”.

Chi rispetta i limiti di produzione e chi no
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Più shale
C’è poi la questione dello Shale oil americano. “Noi siamo convinti che il mercato stia sottostimando il potenziale di crescita della materia prima Usa”, dice Meats. “Nonostante le revisioni al rialzo fatte dall’Energy Information Administration (l’ente americano che si occupa di analizzare i dati relativi al petrolio, Ndr) e dall’International Energy Agency (l’organismo creato dall’Ocse per coodinare le politiche energetiche dei paesi membri, Ndr), la nostra previsione di 10,5 milioni di barili al giorno di shale oil americano resta al di sopra del consensus. Molti investitori si sono sentiti tranquillizzati dai dati flat dell’anno scorso, anche se la produzione dei pozzi è comunque cresciuta rispetto al 2016”.

Previsioni estrazione shale oil: Morningstar vs Consensus
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“Nel 2017, l’estrazione ha dovuto fare i conti con i danni provocati dall’uragano Harvey. Ma già sul finire dell’anno ha dato segnali di ripresa”, dice l’analista.

In questo scenario, le previsioni degli analisti di Morningstar per il barile parlano di una quotazione di circa 55 dollari (il 15% inferiore a quella del consensus, espressa dai cosiddetti strip, future sulla materia prima) da qui alla fine del 2021, per la qualità Wti. Per il Brent le previsioni sono di 60 dollari, in linea con quelle del resto del mercato.

Previsioni prezzo del petrolio: Morningstar vs Consensus
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Info autore Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.