Il 2018 visto dai gestori

Le valutazioni sono alte, ma le case di investimento non parlano di una bolla. Gli Usa potrebbero essere arrivati a fine ciclo, mentre l’Europa deve stare attenta alla forza delle moneta unica. Gli emergenti, intanto...

Marco Caprotti 19/12/2017 | 09:41

Attenzione ai prezzi dell’equity e agli Stati Uniti; attese positive per l’Europa con un occhio alla Bce; gli emergenti non perdono lo slancio. E’ questo, in sintesi, il quadro disegnato da alcune delle principali case di gestione operanti anche in Italia per il 2018.

Il quadro generale
Secondo Luca Tobagi, Investment Strategist di Invesco, il quadro macroeconomico favorevole, in base alla visibilità attuale, dovrebbe sostenere le attività finanziarie più sensibili al ciclo anche nel 2018. O, almeno, nella prima parte dell’anno. “Le azioni sono salite molto, ma le valutazioni e il loro modo di muoversi sul mercato non sono indicativi di bolla e possono beneficiare direttamente della crescita economica”. Discorso diverso per le obbligazioni a spread. “Hanno corso moltissimo”, spiega Tobagi. “Il loro profilo rischio/rendimento è meno attraente, in termini assoluti. Beneficiano indirettamente del buon quadro ciclico in termini di miglioramento della qualità del credito”. In un quadro del genere resta valido il principio della diversificazione. “E’ sempre efficace e non solo sulla carta”, dice lo strategist. “L’obiettivo dev’essere costruire portafogli con attività finanziarie poco correlate fra loro che non costringano a una rinuncia troppo grande in termini di rendimenti”.

Europa: occhio alla moneta
Per quanto riguarda l’Eurozona, l’outlook sembra generalmente positivo. “Il consensus vede un tasso di crescita superiore al 2%”, spiega Daniel Morris, Global investment strategist di BNP Paribas Asset Management. Questo vale per tutti i paesi, ad eccezione dell’Italia, penultima in classifica che si piazza davanti a un Regno Unito alle prese con Brexit”. L’osservata speciale resta la Banca centrale europea. “Il programma di Quantitative easing dell’istituto guidato da Mario Draghi dovrebbe proseguire almeno fino a settembre, anche se potrebbe arrivare alla fine dell’anno”, spiega Morris. “Uno dei principali rischi per la crescita viene invece dal rafforzamento dell’euro che, se arrivasse a quota 1,30 rispetto al dollaro, avrebbe conseguenze di cui tenere conto. Soprattutto per quanto riguarda le esportazioni della regione”.

Usa a fine ciclo?
Guardando all’altra parte dell’Atlantico, negli Stati Uniti il ciclo economico sembra maturo anche se, secondo Didier Borowski, Head of Macroeconomic Research di Amundi, non c’è nessuna recessione in vista. “Dopo quasi nove anni, il ciclo è ormai alle battute finali ma è probabile che prosegua nel 2018-2019 grazie a elementi come politica fiscale, bassa inflazione, politica monetaria e condizioni finanziarie ancora accomodanti”, spiega. “Prevediamo una crescita di almeno il 2% nel 2018 e 2019. Visto che la decisione finale sulla legge di riforma fiscale è ancora avvolta da un clima di incertezza, è difficile valutare l’impatto di tale riforma sulle nostre proiezioni, sia in termini di stimolo a breve termine sul Pil, sia in termini di spinta a lungo termine sulla crescita potenziale. Se, come prevediamo, l’attuale ciclo continuasse anche dopo la metà del 2019, si tratterebbe della fase di espansione più longeva della storia (dal 1857)”.

E gli emergenti?
“Per quanto riguarda i mercati emergenti, lo slancio della crescita continua ad essere forte, trainato dal commercio mondiale e da un’ampia ripresa del credito”, spiega Maarten-Jan Bakkum, Senior Emerging Markets Strategist di NN Investment Partners. I dati sulle PMI di novembre per le principali economie emergenti erano solidi: 14 paesi su 15 (praticamente tutto l’universo emerging tranne il Sudafrica) hanno riportato un risultato superiore a 50 (considerato il confine fra le fasi di espansione e quelle di decrescita). “La forza delle Pmi è visibile soprattutto nelle economie di esportazione dell'Asia orientale, ma la ripresa della crescita di queste aree, iniziata a metà del 2016, è più ampia”, spiega Bakkum. “Il nostro indicatore di dinamismo economico degli emergenti, costituito dagli otto indicatori ciclici più rilevanti delle principali economie in via di sviluppo, è chiaramente in territorio positivo ed è addirittura migliorato nelle ultime cinque settimane. Negli utili societari vediamo una crescita maggiore negli emergenti rispetto ai mercati sviluppati”. 

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.