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La frontiera fa ancora bene al portafoglio?

Il segmento dei non ancora emergenti fatica. Ma, dicono gli analisti di Morningstar, può ancora fornire diversificazione e possibilità di crescita. A patto di essere prudenti. 

Marco Caprotti 15/06/2017 | 10:09

I mercati di frontiera rallentano ma non fanno paura. Qualche precauzione, dicono però gli analisti di Morningstar, va presa. I fondi raccolti nella categoria dedicata ai mercati non ancora emergenti nell’ultimo mese hanno perso quasi l’1,1% (in euro). La performance da inizio anno, tuttavia, continua ad essere positiva (+7,6%, che si aggiunge al +12,1% segnato nel 2016).

Questo tipo di asset può continuare a giocare un ruolo all’interno di un portafoglio diversificato. “Molti investitori puntano su questo universo per gestire il rischio”, spiega Manuela Badaway, analista di Morningstar. “I mercati emergenti, ad esempio, sono sempre più correlati con quelli sviluppati di cui subiscono gli umori politici ed economici. I frontier, invece sono più liberi dalle dinamiche globali”. La differenza, rispetto a molti emerging e agli sviluppati in generale è che in queste aree di solito investono operatori locali e le loro scelte vengono condizionate quasi esclusivamente da fatti domestici.

Ci vuole cautela
Questo non significa che ci si debba buttare mani e piedi nella frontiera. “L’andamento di questa asset class, nel suo complesso, può essere condizionato da quello del petrolio”, dice Badaway. “I movimenti del barile possono fare la differenza, visto che i benchmark dedicati alla frontiera sono, nella maggior parte dei casi, sbilanciati verso paesi produttori come Kuwait e Nigeria”. Va poi considerata la scarsa liquidità, cioè la difficoltà nel trovare un acquirente per i titoli targati frontier, in mercati piccoli e dove le valutazioni non sono stabili. Soprattutto in momenti in cui l’appetito per il rischio diminuisce a livello globale. Chi ha i nervi saldi, tuttavia, qualche soddisfazione se la può togliere. “Le società dei mercati di frontiera, in media, danno rendimenti più alti, hanno Roe migliori e margini di profitto superiori a quelle dei mercati emergenti”, continua l’analista. “I rendimenti da dividendo sono del 4,2% rispetto al 2,5% delle aziende emerging”.

Cosa studiare
Dal punto di vista delle strategie, i gestori di questa categoria tendono ad avere un approccio di tipo bottom up. “Cercano di studiare a fondo le società”, spiega Germaine Share, fund analyst di Morningstar. “Questo significa prendere in considerazione l’ambiente in cui lavora l’azienda, la stabilità politica del paese e anche l’influenza che il governo può avare su un determinato business. Si tratta di fattori che vengono considerati quando si parla di emergenti e vengono analizzati ancora di più quando si ha a che fare con la frontiera”.

Fra gli strumenti venduti in Italia, il fondo che si è comportato meglio nell’ultimo mese è Nomura Funds Global Frontier Emerging Markets Equity A EUR Acc (+6,52%). Il gestore, secondo i dati aggiornati a fine novembre 2016, si orienta soprattutto sui titoli medium e large cap del segmento growth. Non sorprende, quindi che, a livello settoriale, le preferenze vadano alla tecnologia e all’healthcare. Dal punto di vista geografico, la precedenza (anche rispetto al benchmark e ai concorrenti) viene data alle zone di frontiera dell’Asia. 

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

Info autore Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.