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Trump fa bene alle small cap?

Le politiche protezionistiche del nuovo presidente Usa possono aiutare soprattutto le piccole aziende. Almeno nel breve periodo. Il mercato, intanto, fa il pieno di asset americani. 

Marco Caprotti 09/03/2017 | 10:03

L’America continua a cavalcare Donald Trump. L’indice Morningstar dedicato agli Usa nell’ultimo mese (fino al 7 marzo e calcolato in euro) ha guadagnato il 4,2%, portando a +5,6% la performance da inizio anno e proseguendo la cavalcata dello scorso anno che ha avuto una spinta in più con l’elezione del nuovo presidente americano.

Indice Morningstar Usa: 1 mese
america

Dati aggiornati al 7 marzo 2017
Fonte: Morningstar Direct

 

A livello di categorie Morningstar dedicate agli Usa, quelle relative alle big cap in un mese hanno fatto segnare +4% (Blend), +3,97% (Growth) e +3,63% (Value). Quella dedicata alle Mid cap ha registrato + 2,91%, mentre quella specializzata sulle small ha visto un progresso del 2,2%.

Le small cap applaudono
“Gli operatori comprano asset americani nella speranza che le politiche di Trump portino a maggiori spese nelle infrastrutture, alla deregulation, a minori tasse per le imprese”, spiega Karen Kwok, analista di Morningstar. C’è poi la questione del protezionismo, uno dei cavalli di battaglia di Trump durante la campagna elettorale. “Questo elemento potrebbe essere positivo per le small cap”, dice Kwok. “L’imposizione di tariffe sulle importazioni renderebbe i produttori domestici più competitivi. Le aziende locali, tra l’altro sono quelle che potrebbero approfittare di più di regimi fiscali leggeri”. Resta però un dubbio. “Non è ancora chiaro quanto a lungo queste misure faranno bene alle piccole e medie imprese”, dice l’analista.

Fra i fondi dedicati alle small cap Usa che si sono comportati meglio nell’ultimo mese c’è Schroder ISF US Smaller Comp B Acc (2,49%, Silver, 4 stelle). L’universo di azioni disponibile per il gestore è composto da circa 1.800 titoli la cui capitalizzazione di mercato va dai 500 milioni ai 2 miliardi di dollari”, spiega Lena Tsymbaluk, fund analyst di Morningstar in un report del 2 febbraio 2017. “La metà di queste società vengono eliminate per problemi di liquidità, di governance o perché operano in un settore poco interessante o che ha deboli barriere all’ingresso dei concorrenti. Il gestore preferisce società che abbiano un vantaggio competitivo, flussi di cassa sostenibili e una buona crescita del fatturato e degli utili”. Il portafoglio è diviso in tre gruppi. “Metà del fondo è investito in società dove il manager vede una crescita secolare degli utili, ma che ritiene sottovalutate dal mercato. Un’altra parte (dal 20% al 50%), in aziende con guadagni solidi ma moderate prospettive di crescita. Fino al 20% del portafoglio può essere investito in aziende che, nel giro di poco tempo, possono rimettersi in carreggiata dopo aver subito una spallata da un prodotto sbagliato e da un errore degli amministratori. Questa diversificazione su diversi tipi di azioni limita i rischi, soprattutto in rapporto ai fondi concorrenti”. 

Le informazioni contenute in questo articolo sono esclusivamente a fini educativi e informativi. Non hanno l’obiettivo, né possono essere considerate un invito o incentivo a comprare o vendere un titolo o uno strumento finanziario. Non possono, inoltre, essere viste come una comunicazione che ha lo scopo di persuadere o incitare il lettore a comprare o vendere i titoli citati. I commenti forniti sono l’opinione dell’autore e non devono essere considerati delle raccomandazioni personalizzate. Le informazioni contenute nell’articolo non devono essere utilizzate come la sola fonte per prendere decisioni di investimento.

Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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