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Fondi pensione, serve un cambiamento

La crescita della previdenza complementare è innegabile, ma solo il 16% dei lavoratori si affida agli strumenti del secondo pilastro. Intanto, gli italiani continuano a pagare i contributi più alti.

Valerio Baselli 03/02/2017 | 09:58

La contribuzione previdenziale obbligatoria in Italia è pari al 33% dello stipendio medio dei lavoratori dipendenti, con il 9,19% a carico del dipendente e il 23,81% in capo al datore di lavoro, il livello più alto tra i paesi membri dell’Ocse. A dirlo è proprio l’Ocse Pension Outlook 2016, pubblicato poche settimane fa dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

In Francia, il peso contributivo complessivo è del 24.8% ripartito tra datore di lavoro e dipendente rispettivamente per 14,23% e 10,65%. In Germania, il totale è del 19%, egualmente ripartito tra impresa e dipendente. Ad avvicinarsi all’Italia per contribuzione datoriale è la sola Spagna (23,61%), dove però i contributi a carico del dipendente sono molto inferiori (4,7%).

Eppure, invecchiamento della popolazione, crisi finanziaria, oltre all'attuale contesto di bassa crescita e bassi tassi di interesse comportano dei rischi sulle pensioni future. E questo vale anche per l’Italia, nonostante il peso dei contributi, a causa della discontinuità lavorativa e del metodo contributivo, che assottiglieranno gli assegni futuri.

“Nel caso dell’Italia, a pesare sul futuro, più che la tanto dibattuta precarietà o il metodo di calcolo contributivo, sono il basso livello dei salari e un mercato del lavoro poco dinamico e ancora incapace di favorire un corretto incontro tra domanda e offerta”, commenta Alberto Brambilla, presidente del centro studi e ricerche di Itinerari Previdenziali, in una nota. “In merito al contributivo, possiamo invece dire che questo metodo di calcolo, proprio per com’è costruito, non è così svantaggioso come sembra. Anzi, soprattutto dopo i 63/64 anni, in conseguenza dei coefficienti di trasformazione applicati, garantisce tassi di sostituzione più elevati. Inoltre, viste le età di pensionamento (almeno 67 anni) e le età d’ingresso nel mondo del lavoro (24 anni), anche supponendo di perdere sette o più anni a causa d’intermittenza tra un lavoro e l’altro, con 67 anni d’età e 35 anni di contribuzione si possono ottenere buoni tassi di sostituzione”.

Fondi pensione, piccoli passi in avanti
Secondo il report Ocse, gli asset gestiti dagli strumenti di previdenza complementare in Italia pesano oggi l’8,7% del Pil, contro il 2,6% nel 2000. Insomma, la crescita è evidente, anche se il Belpaese resta molto indietro nel trend globale, al 26esimo posto tra i paesi Ocse.

Ora, questi dati devono comunque essere giudicati a seconda dei diversi contesti nazionali. In paesi come l’Italia, la Francia o il Belgio, il sistema previdenziale pubblico offre ancora dei tassi di sostituzione molto importanti (tra il 60% e il 75% dell’ultimo stipendio). In realtà come quella olandese o britannica, la pensione di base modesta spinge i lavoratori verso forme alternative, spesso attraverso un meccanismo d’iscrizione semi-automatico.

Inoltre, l’esperienza dei fondi pensione in Italia è ancora relativamente recente. Forse è anche per questo che i prodotti di previdenza integrativa non riescono a sfondare nel nostro paese, nonostante i vantaggi fiscali. Secondo un’indagine effettuata da Censis e Covip, infatti, sono il 16,5% dei lavoratori italiani pensa alla previdenza complementare come fonte d’integrazione all’assegno dell’Inps.

Da una parte c’è sicuramente il bisogno di una maggiore cultura finanziaria, visto che una delle ragioni dietro a questa tendenza, si legge nell’indagine, è che “i lavoratori non conoscono o non si fidano abbastanza dei soggetti che attualmente operano nel sistema”.

Dall’altra, invece, è una questione di chiarezza e di fiducia verso il legislatore. Secondo lo studio Censis-Covip, infatti, uno dei motivi principali dietro allo stallo della previdenza integrativa in Italia è il fatto che i cittadini siano convinti che le regole sulla propria pensione cambieranno ancora nel breve. Gli italiani, frastornati da continui interventi normativi, da riforme e da controriforme, preferiscono non prendere decisioni, nella speranza magari di entrare nella “finestra” giusta nel momento del pensionamento. Insomma, quando le regole del gioco non sono chiare, il gioco ne risente.

Leggi gli articoli della Settimana Speciale che Morningstar ha dedicato alla previdenza.

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Info autore Valerio Baselli

Valerio Baselli  è Giornalista di Morningstar in Francia e Italia.