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L’America rifà i conti. Anche con i tassi

La stretta monetaria della Fed non è più così scontata. L’economia migliora ma non ai ritmi sperati. Pochi fondi specializzati sulla regione riescono a trovare la strada per il segno più. 

Marco Caprotti 05/10/2016 | 12:42

Tutti pronti per un rialzo dei tassi Usa? In realtà la stretta monetaria della Federal Reserve sembra meno probabile mano a mano che escono i dati macro relativi alla prima economia de mondo. I mercati dei future sui Fed Fund prospettano ora una probabilità che va dal 54% al 58% di un innalzamento in occasione della riunione del Fomc di metà dicembre.

Dove va il Pil
E’ vero che l’economia americana è cresciuta nel secondo trimestre a un passo più rapido di quanto inizialmente anticipato. La revisione finale del dato diffuso dal dipartimento al Commercio americano, dice che il Pil nel secondo trimestre ha segnato +1,4%, rispetto al +1,1% della lettura intermedia del mese scorso e il +1,2% di quella preliminare. Il dato è migliore delle previsioni degli analisti, che attendevano una revisione al rialzo dell'1,3%. L’economia, però, cresce meno del 2% da tre trimestri consecutivi. L'attuale ritmo di espansione è il più debole dal 1949. Nel 2015 la crescita era stata del 2,6%, l'anno migliore dal 2006, sopra la media del 2,1% all'anno registrata dal 2010, il primo anno intero dopo la recessione. Per fare un paragone, la crescita media negli anni Novanta era stata del 3,4% all'anno. Per quanto riguarda le componenti del dato sul Pil, le spese per consumi, che generano due terzi dell'output, si sono confermate il motore dell'economia, con un incremento del 4,3%, leggermente sotto il 4,4% della lettura intermedia, ma meglio del +4,2% della stima preliminare e l'aumento maggiore dalla fine del 2014. “Questi dati, di fatto, mostrano un quadro congiunturale stabile ma tendente al peggioramento”, spiega Robert Johnson, responsabile della ricerca economica di Morningstar.

E le indicazioni sembrano confermare questa ipotesi. La Fed, ad esempio, ha rivisto al ribasso le stime di crescita del Pil Usa per il 2016. Rispetto alla previsione del giugno scorso, pari al 2% (già ritoccata al ribasso), ora la stima per la fine dell'anno è di una crescita dell'1,8%. Sono state lasciate invariate, invece, le previsioni per il 2017 al 2% e per il 2018 all'1,8%. Il Fondo monetario internazionale, intanto, ha tagliato le stime di crescita degli Stati Uniti. Stando alle tabelle del World Economic Outlook, il rapporto sull'economia globale il Pil americano nel 2016 si espanderà dell'1,6%, lo 0,6% in meno di quanto calcolato dal Fondo nell'aggiornamento del Weo dello scorso luglio e lo 0,8% in meno rispetto al documento di aprile “in seguito a un primo semestre deludente a causa di investimenti aziendali deboli e di scorte di beni in calo”. Nel 2017 l'espansione americana è prevista al 2,2% e non più al 2,5% come atteso sia la scorsa estate sia in primavera. L'inflazione negli Usa è stimata in salita all'1,2% nel 2016 da un +0,1% nel 2015. Secondo l'Fmi, il dato nel 2017 sarà al 2,3%, sopra dunque la crescita annuale del 2% fissata come target dalla Federal Reserve.

pilUsa

Occhio a Trump
C’è poi la questione delle elezioni presidenziali a novembre. Secondo alcuni osservatori, ad esempio, una vittoria di Donald Trump potrebbe avere implicazioni negative, potenzialmente gravi, per la prima economia mondiale. Secondo uno studio di Oxford Economics, società di consulenza indipendente che fornisce previsioni e modelli economici alle aziende e ai gruppi finanziari britannici che vogliono investire all'estero, se il candidato repubblicano alla Casa Bianca dovesse mettere in atto tutte le politiche che ha proposto durante la campagna elettorale il costo per l’economia Usa sarebbe di 1.000 miliardi di dollari. Nel documento sono presi in considerazione vari scenari. In quello considerato peggiore, che appunto prevede l'applicazione di tutte le misure proposte, il rallentamento economico sarebbe molto più grave rispetto a un'applicazione parziale e la crescita resterebbe sottotono per un periodo più lungo, ristagnando tra l’1,5 e il 2,3% all'anno tra il 2016 e il 2021.

Fondi al palo
Dal punto di vista operativo, i fondi di investimento specializzati sugli Usa sembrano preoccupati dal fatto che la Fed possa diventare più severa in materia di costo del denaro ma temono anche la situazione macro. Tutte le categorie Morningstar dedicate agli Usa nell’ultimo mese hanno avuto un andamento negativo superiore all’1%.  Questo non significa che tutti i portafogli si siano comportati male. Nel gruppo dei large cap blend, ad esempio, PensPlan SICAV (Lux) US Equities Fund C EUR Acc (+6%, in euro) ha potuto fare affidamento sulla consistente quota di titoli tecnologici per approfittare dei rialzi messi a segno dal Nasdaq nelle settimane scorse. Un ringraziamento ai tecnologici (e a un settore difensivo come l’healthcare) fra i large cap growth lo deve fare Aberdeen North American Equity Fund J (+9,2%). Fra i pochi large cap value positivi si segnala THEAM Quant - Equity US Income Defensive C-Capitalisation (+0,43%) dove le posizioni principali in termini di allocation settoriale sono tenute da finanziari e industriali, due segmenti sensibili ai corsi della congiuntura. UOB US Equity Fund, +0,64% primo fra i mid cap, avrebbe probabilmente fatto meglio se avesse avuto una quota maggiore di tecnologia e fosse stato meno sbilanciato sui beni di consumo ciclici. Fra le small cap si è fatta vedere Alger Small Cap Focus Fund Class A US (+0,45%). Anche in questo caso a premiare è stato il sovrappeso dato a tecnologia e salute. 

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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