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America ora fa rima con prudenza

I fondi dedicati agli Usa nelle ultime settimane non si sono quasi mossi. Le prospettive della regione stanno spingendo gli investitori ad aspettare nuovi numeri macro. 

Marco Caprotti 14/04/2016 | 10:21

Gli investitori preferiscono la prudenza quando hanno a che fare con gli Stati Uniti. E alla luce delle prospettive della regione, probabilmente continueranno a muoversi con accortezza. L’analisi delle performance delle categorie Morningstar mostra che, nell’ultimo mese (fino al 12 aprile e in euro) i prodotti dedicati alla prima economia del mondo sono rimasti quasi fermi, ma hanno mantenuto un’intonazione negativa: gli azionari Large cap blend hanno perso lo 0,34%, i growth lo 0,04% i value lo 0,7%. Mid e small cap sono rimasti praticamente invariati. “Gli investitori si stanno muovendo per mettersi in una posizione di risk off”, spiega Robert Johnson, responsabile della ricerca economica di Morningstar. “Le prospettive per gli Stati Uniti stanno peggiorando, anche se indicazioni più precise sulla situazione si avranno quando saranno disponibili tutti i dati del primo trimestre”.

Arriva una frenata?
Eccesso di cautela? Probabilmente no, se si considerano i timori di una recessione Usa e se si leggono le indicazioni che arrivano da alcune fonti autorevoli. Gli Stati Uniti, secondo il Fondo monetario internazionale quest'anno cresceranno tanto quanto lo scorso per poi accelerare leggermente il prossimo. Stando alle tabelle del World Economic Outlook, il rapporto sull'economia globale redatto dall'Fmi nell'ambito degli Spring Meetings, il Pil  si espanderà del 2,4%, lo 0,4% in meno di quanto calcolato dal Fondo lo scorso ottobre e lo 0,2% in meno rispetto all'aggiornamento di quel documento fatto a gennaio (Morningstar per quest’anno ha formulato delle stime in un range del 2%-2,5%). Nel 2017 la crescita americana è prevista del 2,5% e non più del 2,8% come atteso lo scorso autunno (o del 2,6% calcolato a inizio 2016).

Le “forze positive”
Il passo di crescita in Usa dovrebbe continuare a restare “moderato”, sostiene l'istituto di Washington guidato da Christine Lagarde, “sostenuto da un rafforzamento dei bilanci e da un miglioramento del mercato immobiliare residenziale”. Queste forze positive, sostiene l'Fmi, “dovrebbero controbilanciare il calo delle esportazioni derivante da un rafforzamento del dollaro e da una crescita più lenta dei partner commerciali, dal declino aggiuntivo degli investimenti energetici, da un indebolimento del comparto manifatturiero e da condizioni finanziarie interne più stringenti per alcuni settori dell'economia (per esempio, quello petrolifero e del gas e delle industrie annesse)”. L'inflazione negli Usa è vista salire allo 0,8% nel 2016 da un +0,1% nel 2015 anche se “l'apprezzamento del dollaro e le conseguenze di prezzi del greggio più bassi stanno esercitando pressioni al ribasso sui prezzi”. Secondo l'Fmi, l'indice dei prezzi al consumo è visto salire nel medio termine a circa il 2,25% con l'inflazione misurata dal deflatore del personal consumption expenditure - il dato preferito della Federal Reserve per misurare il costo della vita - che sta per raggiungere il 2%. Si avvicina dunque al target di crescita annuale dell'inflazione stabilito nel mandato della banca centrale Usa.

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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