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Cina non fa ancora rima con catastrofe

La frenata del colosso asiatico preoccupa i listini, ma non è un pericolo per le economie sviluppate. I problemi potrebbero arrivare in seguito. 

Marco Caprotti 13/01/2016 | 11:13

“Panico”, “terrore”, “terremoto”, “tempesta”. Non hanno lesinato in catastrofismo i media nei giorni scorsi per descrivere gli effetti che una frenata cinese potrebbe avere sulle economie mondiali e sui listini di Borsa. Questa professione di pessimismo, tuttavia, secondo alcuni operatori potrebbe essere esagerata.

E’ vero che il 2016 sui mercati finanziari è iniziato come nessuno avrebbe voluto. Nel primo giorno di contrattazioni dell'anno si sono registrati ribassi di oltre il 7% sui listini cinesi e tra il 2% e il 3% su quelli europei e americani. Scene simili si sono viste due giorni dopo (il 6 gennaio), facendo scattare a Shanghai e Shenzen i cosiddetti circuit breaker, entrati in vigore proprio quest’anno, che prevedono la sospensione degli scambi per il resto della giornata quando il mercato cala del 7%. I dati sul fronte economico e la decorrenza dei termini delle azioni intraprese dai policy maker cinesi a seguito dei crolli avvenuti ad agosto - uniti alle tensioni internazionali – hanno, insomma, condotto al panic selling. Questo ha portato a ribassi storici con relative sospensioni delle contrattazioni e immediate iniezioni di liquidità da parte della PBoC nel sistema finanziario per 130 miliardi di yuan.

Sviluppati a rischio?
Ma la frenata della prima economia emergente del mondo potrebbe innescare un circolo vizioso tale da risucchiare prima gli Usa e poi il resto del mondo sviluppato?  “L’impatto dell’economia cinese sulla congiuntura Usa è minimo”, spiega Robert Johnson responsabile dell’analisi economica di Morningstar. “Le esportazioni verso il colosso asiatico rappresentano meno dell’1% del Pil americano. Messico, Canada ed Europa, ad esempio sono migliori acquirenti di beni made in Usa rispetto ai cinesi”. Va aggiunto, però, che una frenata di Pechino non è comunque da prendere alla leggera. “Alcuni paesi sviluppati ed emergenti del mondo hanno relazioni commerciali importanti con la Cina. E alcuni di questi, rappresentano una fetta importante dell’export statunitense”, dice Johnson.

Acqua sul fuoco
La Banca centrale cinese, da parte sua, ha confermato di voler mantenere lo yuan “sostanzialmente stabile”. L'istituto di Pechino in una nota ha anche spiegato di voler portare avanti una politica monetaria prudente e fare un uso flessibile degli strumenti offerti dalla stessa politica monetaria per garantire un livello di liquidità adeguato al sistema bancario. La Banca del popolo cinese ha anche intenzione di liberalizzare ancora di più i tassi di interesse. L'istituto, inoltre, utilizzerà prestiti a medio termine e impiegherà ulteriori mezzi creditizi in modo da sostenere settori chiave dell'economia.

Rassicurazioni arrivano anche da altre fonti. Secondo Takehiko Nakao, presidente dell' Asian Development Bank, l'economia cinese, come quella dell'Asia nel suo complesso, resta solida ed è improbabile che rallenti drasticamente quest'anno, nonostante la crisi dei mercati azionari. “Non sono pessimista sulla Cina”, ha detto, aggiungendo che l’istituzione che guida ha mantenuto la sua previsione di crescita economica per la Cina del 6-7% quest'anno, solo leggermente inferiore alla crescita del 6,9% previsto per il 2015. Per i paesi emergenti dell'Asia, ha aggiunto, si prevede una crescita del 6% nel 2016, leggermente superiore alla previsione del 5,8% per l'area nel 2015. Nakao ha sottolineato come l'indice di Shanghai sia ancora 1.000 punti sopra il livello di fine del 2013.

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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