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L’attesa fa male all’Europa

Gli scarsi progressi sul fronte del debito greco penalizzano le Borse della regione. Gli investitori, intanto, continuano a parlare di un’uscita di Atene dall’area della moneta unica. E di cosa serve per rilanciare il paese. 

Marco Caprotti 11/06/2015 | 10:02

L’impasse greca continua a pesare sulle Borse europee. Mentre il governo ellenico e i rappresentanti dei creditori del paese continuano a discutere su tempi e modi del risarcimento dei prestiti concessi ad Atene, l’indice Msci del Vecchio continente nell’ultimo mese (fino al 9 giugno e calcolato in euro) ha perso il 3,8%.

L’unica cosa certa, al momento, è che la Grecia ha deciso di procrastinare a fine giugno il pagamento della rata di oltre 300 milioni di euro che deve al Fondo monetario internazionale, sfruttando una regola che permette di consolidare in un’unica soluzione le rate del mese. In pratica, un maxi pagamento da 1,5 miliardi. Dal fronte delle trattative, intanto, arrivano notizie che non rassicurano gli investitori. Fonti governative greche hanno fatto trapelare ai media che “ci si trova nella fase dello scambio delle idee e di discussione sulle proposte migliorate sulla base del piano di 47 pagine già inviato”. Una fonte Ue ha indicato che sarebbe stata sottoposta ai creditori una vera e propria contro-proposta, là dove “contro” dovrebbe essere intesa come alternativa alla ricetta dei creditori.

Conti all’osso
Il tira e molla ha effetto fuori dalle Borse con conseguenze che, tuttavia, potrebbero sentirsi anche sui mercati finanziari. L’improduttiva lungaggine degli incontri, ad esempio, si sta traducendo in un prosciugamento dei depositi presso gli istituti bancari ellenici che in modo pressoché ininterrotto si stanno riducendo dallo scorso ottobre, dopo la relativa stabilità dei due anni precedenti. “Secondo gli ultimi dati, i depositi totali ammontano oggi a circa 130 miliardi di euro, poco più della metà del livello a cui erano nel 2009 e ben il 20% in meno dello scorso autunno”, spiega uno studio di Jci Capital. “Proprio per il continuo calo dell’ammontare depositato, gli istituti di credito ellenici sono costretti a ricorrere all’ELA (Emerging Liquidity Assistance). In pratica si tratta della temporanea concessione di liquidità di emergenza, erogata dalle singole banche nazionali (in questo caso dalla banca nazionale di Grecia) su autorizzazione della Bce. “L’erogazione di emergenza però, secondo i criteri formulati dalla Banca centrale europea, avviene solamente se esiste un problema temporaneo di liquidità e mai come forma di finanziamento agli stati”, continua il report. “Ad oggi dunque le banche greche sono considerate ancora solventi, anche se diviene sempre più insistente il tema della possibile introduzione di una serie di misure per il controllo dei capitali, come accaduto a Cipro nella primavera del 2013”.

Non è solo questione di debito
Nel frattempo non si placano i ragionamenti su una possibile Grexit (come viene chiamata l’uscita della Grecia dalla zona euro). Questa ipotesi “è esclusa da molti”, spiega una nota firmata da Alberto Biolzi, Responsabile advisory di Cassa Lombarda. “Ma i rischi sono elevati e le conseguenze difficilmente ponderabili anche se le misure per evitare il contagio (come Bce e fondi salva-Stati) potrebbero funzionare adeguatamente”.

Per risolvere il problema ellenico, tra l’altro, non è detto che bastino i soldi. “Il debito della Grecia è il minore dei mali, il vero problema è la situazione strutturale del Paese e il suo impatto sulla competitività economica”, spiega uno studio di Asoka Woehrmann, responsabile degli investimenti di Deutsche AWM. “Per migliorare i livelli di competitività, Atene deve presentare un piano di sviluppo chiaro, con misure che consentano ai greci di risolvere i propri problemi e seguirne rigorosamente l'attuazione. Le istituzioni devono acquisire maggiore consapevolezza della dimensione politica della propria missione”. 

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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