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L’inflazione non sa mirare al tasso

Gli ultimi dati sui prezzi al consumo in Usa sembrano indicare un rialzo imminente del costo del denaro. Ma il mercato ha visto solo una parte del quadro. 

Marco Caprotti 28/05/2015 | 11:32

Follow the inflation. E’ questo il mantra che viene ripetuto negli uffici studi e nelle sale operative per cercare di indovinare quando la Federal Reserve alzerà i tassi di interesse. Una scelta che dipenderà in larga parte dallo stato di salute dell’economia Usa di cui i prezzi al consumo sono uno degli indicatori più importanti.

Il cosiddetto Cpi (Consumer price index) da marzo ad aprile è salito dello 0,1%, ma è sceso dello 0,2% in 12 mesi. Se si escludono le componenti food ed energy (e si guarda quindi solo la cosiddetta Core inflation), i prezzi sono saliti dello 0,3% in un mese e dell’1,8% in un anno. Il dato mensile, in particolare, ha colpito i mercati: è stato, anche se di poco, superiore alle attese e tanto è bastato per far parlare gli investitori di un rialzo imminente dei tassi. La situazione, però, è un po’ più complessa.

Prendere tutta l’inflazione
“Trarre delle conclusioni guardando solo ad alcuni elementi dell’inflazione è un po’ come barare e non dà un quadro completo della situazione”, spiega Robert Johnson, responsabile delle ricerca economica di Morningstar. “Non si possono escludere il cibo e l’energia che rappresentano il 22% dell’intero CPI. Questo errore è già stato fatto in passato e ha disorientato gli investitori”. La situazione dell’inflazione, in ogni caso sta per cambiare e saranno dolori per le tasche delle famiglie americane. “La continua caduta dei prezzi dell’energy è un elemento che non è più sostenibile (non conviene ai produttori che prima o poi faranno salire le quotazioni, Ndr)”, spiega Johnson. “Questo vuol dire che bisogna attendersi un rialzo dell’inflazione complessiva entro la fine dell’anno”.

La dinamica delle spese
In base alle simulazioni fatte da Morningstar, se i prezzi della benzina dovessero tonare ai livelli di dicembre 2014 (2,54 dollari al gallone) l’inflazione complessiva dovrebbe salire dal -0,2% segnato ad aprile all’1,8% entro fine anno. Se, invece, il gasoline dovesse restare al prezzo attuale (2,75 dollari al gallone), i prezzi al consumo salirebbero del 2,2% a dicembre e del 3,3% a gennaio e febbraio 2016. “I calcoli dovrebbero essere rivisti se la componente core o quella food dovessero cambiare”, dice l’economista. “Da consumatore spero che i prezzi della benzina tornino ai 2,04 dollari di gennaio. Ma da allora sono saliti del 35% e dubito che si fermeranno. In una situazione del genere non sorprende che le spese delle famiglie siano rallentate”.

I numeri dicono settembre
I dati di aprile dicono che i consumi privati sono rimasti stabili rispetto a un’attesa di crescita dello 0,2%. La situazione non cambia molto se si escludono dal conto alcune componenti più volatili come l’auto, la benzina e i materiali da costruzioni. A differenza dell’anno scorso, inoltre, non si può contare su un forte rimbalzo dopo un inverno particolarmente rigido (che nel 2015 non c’è stato). “Tutto questo, unito ad altri elementi macro come la situazione stagnante degli stipendi, mette in dubbio la possibilità di un’accelerazione della congiuntura Usa”, dice l’economista. “In una situazione del genere la Fed ha motivi più che sufficienti per ritardare il rialzo dei tassi almeno fino a settembre”. 

 

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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