Quanto fiato ha il dollaro

Negli ultimi mesi, il biglietto verde si è rafforzato sui mercati valutari. Un’analisi di lungo periodo, mostra, però che le cose potrebbero cambiare.

Marco Caprotti 27/08/2014 | 10:52
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Il dollaro fa paura agli Stati Uniti. Se il biglietto verde dovesse perdere lo status di moneta di riferimento degli scambi internazionali, dicono gli operatori, gli Usa vedrebbero ulteriormente compromessa la loro posizione di leader economici mondiali (posizione, peraltro, già fortemente minacciata dalla Cina). E i segnali che indicano questa strada, aggiungono, non mancano. “Come l’inglese è ormai la lingua utilizzata per comunicare a livello internazionale, così il dollaro è diventato un comune denominatore in molti stati del globo: è detenuto come riserva da nazioni e Banche centrali ed è utilizzato per la maggior parte delle transazioni economiche e finanziarie”, spiega uno studio firmato da Brenda Wenning, analista della società di consulenza Advice IQ.

Cosa fa il dollaro per gli Usa
L’uso del dollaro da parte di molti paesi del mondo dà agli Stati Uniti diversi vantaggi. Gli permette, ad esempio, di ottenere prestiti internazionali a tassi più bassi, visto che non ha bisogno di cambiare il denaro (risparmiando in questo modo 100 miliardi all’anno). Gli americani sono anche in grado di evitare delle crisi valutarie. Quando una nazione non ha abbastanza riserve straniere per controllare il tasso di cambio della propria valuta, di solito diventa preda di un attacco da parte degli speculatori che ne mandano a gambe all’aria la divisa. L’America, inoltre, può stampare tutti i dollari che gli servono per far fronte ai suoi debiti. Senza contare che l’uso a livello internazionale del biglietto verde è anche un simbolo della forza yankee sui mercati internazionali.

“Se la moneta americana dovesse perdere il suo status di riserva valutaria, l’America sarebbe nei guai”, dice Wenning. “Il debito governativo crescerebbe, i costi delle importazioni aumenterebbero e l’economia soffrirebbe”.

Chi insidia il biglietto verde
Storicamente, il testimone di divisa di riferimento mondiale passa di mano, più o meno, ogni 100 anni. Nel corso della storia lo hanno avuto la moneta portoghese, quella spagnola, quella olandese, quella francese e quella inglese. Oggi, invece, ci sono nuovi paesi che possono minacciare la supremazia della divisa Usa. Gli stati raccolti nell’acronimo Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa) a metà luglio hanno deciso di creare una propria banca di sviluppo in grado di fornire fondi di emergenza e fare concorrenza alla Banca mondiale e al Fondo monetario internazionale (Fmi). L’istituto avrà un capitale di 50 miliardi (di dollari, comunque) e riserve per altri 100 miliardi (di cui 41 messi a disposizione dalla Cina). Per dirla con il presidente russo Vladimir Putin, l’accordo fa parte di “un sistema di misure che impedirà l’aggressione a quei paesi che non sono d’accordo con alcune decisioni di politica estera prese dagli Stati Uniti o dai loro alleati”. Una dichiarazione che, nei toni, ricorda quella della Guerra fredda e alla quale il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, non ha voluto rispondere. Almeno a parole. Secondo alcuni osservatori l’appoggio degli Usa all’Ucraina nella crisi con la Russia va letto anche come una presa di posizione della Casa Bianca nei confronti del nuovo istituto. L’elemento positivo, almeno da parte americana, è che la banca dei Brics utilizza comunque dollari e non rubli o yuan.

Ma i pericoli per il biglietto verde vengono anche da più vicino. Fra le proposte in discussione all’Fmi, dal 2011 ce n’è una che riguarda la sostituzione del dollaro come moneta per le riserve internazionali con l’Sdr (acronimo di Special drawing rights). Si tratta di un asset creato nel 1969 dal Fondo per arricchire le casse degli stati membri. Può essere scambiato con diverse divise e il suo valore viene calcolato su un paniere di quattro valute internazionali.

In mezzo a tutto questo, non va dimenticato il ruolo preponderante che stanno acquistando i mercati emergenti nel contesto globale. L’economia Usa nel 2001 contribuiva al 32,2% del Pil mondiale. Nel 2011 è passata al 23,7%. Un cambiamento dovuto soprattutto alla crescita della Cina che, nel 2000, deteneva il 20% delle riserve in valuta straniera del mondo e nel 2011 è arrivata al 30%. In un decennio, dall’inizio del 21esimo secolo, le riserve degli stati in via di sviluppo sono cresciute di nove volte e ora ammontano a più di 6.500 miliardi di dollari. Nel frattempo, il loro contributo al Pil mondiale è passato dal 20 al 30%.

Pronti al colpo di mano?
“La colpa dell’indebolimento della reputazione del dollaro è in gran parte della Federal Reserve e della sua politica monetaria”, dice lo studio di Advice IQ. “Quando la quantità di denaro aumenta, a parità di domanda, il suo valore scende. Chi presta denaro agli Usa sa che sarà ripagato con valuta americana. Ma se questa vale sempre meno, i creditori saranno delusi”. Ma quanto ci vorrà prima che la moneta statunitense venga scalzata dal trono? “Alcuni dicono che basteranno sei anni. Altri parlano di un decennio” dice Wenning. “A prescindere dalla tempistica, il passaggio a un’altra valuta di riferimento avrà luogo gradualmente. E, probabilmente, a favore dello yuan”.

Nel frattempo il biglietto verde sembra intenzionato a difendersi con le unghie e con i denti. Secondo i dati della Bank for international settlement, il 90% delle transazioni valutarie avvenute nel 2013 sono state fatte in dollari (la stessa quota del 1989). In base alle elaborazioni di Swit, sempre l’anno scorso, l’80% delle operazioni finanziarie globali è stata fatto con la divisa Usa. 

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Info autore

Marco Caprotti

Marco Caprotti  è Giornalista di Morningstar in Italia.

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