Liberalizzazioni, c’è anche la pensione
La manovra approvata a fine anno, tra le altre cose, istituisce una commissione che deve valutare la possibilità della decontribuzione verso l’Inps.
Infatti, il decreto “Salva Italia”, oltre a contenere la più importante riforma previdenziale degli ultimi anni, ha istituito un’apposita commissione “con il compito di analizzare forme di decontribuzione dell’aliquita contributiva obbligatoria verso altri schemi previdenziali integrativi”, con un occhio di riguardo per i giovani lavoratori. Ma cosa significa, in pratica? Sostanzialmente, significa che se sono insoddisfatto dei rendimenti dell’Inps, potrò dirottare i contributi verso un fondo pensione privato. Potrò quindi scegliere quanto destinare all’Inps (o ad un altro ente obbligatorio) e quanto destinare al fondo di previdenza complementare. Almeno, questa è l’idea al vaglio.
In realtà si tratterebbe di una liberalizzazione parziale, in quanto la possibilità di potersi staccare completamente dall’Inps non sembrerebbe essere presa in considerazione.
Non è una novità
Tuttavia, non è la prima volta che si sente parlare di “decontribuzione”. Già nel 2003, infatti, l’allora governo Berlusconi aveva proposto una legge delega che prevedeva la possibilità della decontribuzione da 3 a 5 punti per i nuovi assunti, punto poi bocciato in commissione. Nello stesso anno aveva suscitato un certo scalpore il caso di Daniele Quaglia, artigiano veneto, che aveva impugnato una cartella esattoriale dell’Inps, dopo tre anni di mancati contributi. Quaglia aveva infatti deciso di stipulare un’assicurazione con una compagnia austriaca e di non versare più niente all’Inps. Partì così la prima causa di questo tipo in tutta Europa, con l’artigiano che sosteneva che l’Ente previdenziale italiano era in posizione di monopolio e in contrasto con le normative di concorrenza previste dal Trattato Europeo. Il Tribunale di Treviso rigettò in seguito la domanda di impugnazione, dando ragione all’Inps.
Ancora troppi punti interrogativi
“Si è spesso sostenuto che una delle cause del limitato successo della previdenza integrativa nel nostro paese sia da ascriversi all'elevata aliquota contributiva al sistema obbligatorio pubblico”, commenta Alessandra Casarico, Professore associato di Scienza delle finanze presso l’Università Bocconi di Milano. “Se da un lato questa può essere una motivazione ragionevole, dall'altro è importante ricordare come la pensione dovrebbe svolgere il ruolo di reddito differito per la vecchiaia più che di investimento finanziario, che rende nella misura in cui i contributi siano continuativi e cospicui e i costi amministrativi contenuti. L'indicazione sulla decontribuzione è ancora molto generica per capire le modalità con cui verrà attuata e quindi gli effetti che genererà, sia in termini di scelte degli individui, sia in termini di bilancio pubblico”.






